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cosa succede dopo la morte per chi non torna a vivere

Cosa succede davvero quando muori? Oltre le esperienze di premorte

Cosa succede quando muori veramente (non che poi torni a vivere)?

Recentemente ho pubblicato un articolo in cui descrivevo i 13 passi comuni delle esperienze di premorte (NDE), quei passaggi ricorrenti che vengono raccontati da persone clinicamente morte o in condizioni estreme, ma poi tornate nel corpo.

Tunnel, luce, senso di amore totale, incontro con presenze protettrici, revisione della vita… elementi che, sorprendentemente, si ripetono in culture, epoche e contesti diversi.

Dopo quell’articolo, però, mi è arrivata una domanda molto interessante, che va oltre la precedente:

“Queste esperienze sono sempre raccontate da chi poi ritorna nel corpo. Ma nel caso di una morte definitiva, le fasi sono le stesse? E soprattutto, cosa succede dopo l’ultima fase, se non c’è un ritorno?”

È una domanda legittima. Ed è anche una domanda che ci costringe ad andare oltre le NDE, perché per definizione le esperienze di premorte si fermano a una soglia. Chi le racconta, a un certo punto, torna indietro.

Ma cosa c’è oltre quella soglia?

clicca qui per andare al video o continua la lettura introduttiva

Il limite delle esperienze di premorte

cosa-succede-morendo-oltre-NDELe NDE, per quanto straordinarie, hanno un confine molto chiaro. Chi le vive racconta spesso di arrivare a un punto preciso: una soglia, una linea, un confine simbolico. Può essere una porta, un fiume, una luce da attraversare. E lì avviene una scelta, o meglio, una constatazione: non è ancora il momento.

Chi deve tornare nel corpo, torna. E quindi non può raccontare cosa accade dopo.

Questo non significa che non esistano altre fonti oltre le NDE. Significa semplicemente che dobbiamo cambiare prospettiva. E infatti, se allarghiamo lo sguardo, troviamo almeno due grandi ambiti di conoscenza che provano a rispondere proprio a questa domanda:

  1. Le ipnosi regressive alla vita tra le vite

  2. Le tradizioni spirituali orientali, in particolare quella tibetana

A queste si aggiunge anche un terzo filone, più controverso ma interessante: le canalizzazioni.

Le ipnosi regressive: cosa accade tra una vita e l’altra

Nelle ipnosi regressive alla vita tra le vite, il soggetto non si limita a ricordare una vita passata, ma viene accompagnato oltre la morte di quella vita, fino allo spazio che intercorre tra un’incarnazione e l’altra.

Dopo i passaggi iniziali – che ricordano molto quelli delle NDE (uscita dal corpo, revisione della vita, incontro con guide o persone care, ecc.) – emerge una fase successiva, meno conosciuta ma fondamentale: la rielaborazione dell’esperienza vissuta.

Spesso viene descritta una sorta di “luogo di recupero”, una stanza o uno spazio di rigenerazione, soprattutto per chi ha vissuto vite particolarmente difficili o traumatiche. Non c’è giudizio, non c’è punizione. C’è comprensione.

Successivamente, il soggetto racconta di essere accompagnato davanti a quello che viene spesso chiamato “consiglio degli anziani” o “consiglio delle guide”: entità sagge, non autoritarie, che aiutano l’anima a comprendere cosa è stato appreso e cosa resta da integrare.

Qui non si decide se reincarnarsi, ma come evolvere. Alcune anime scelgono una nuova esperienza terrena, altre periodi di studio, altre ancora ruoli di supporto per le anime incarnate.

E questo introduce un punto fondamentale.

Non tutte le anime si reincarnano subito o non si reincarnano più

Contrariamente a una visione semplificata della reincarnazione, non esiste un meccanismo automatico del tipo “muori e torni subito”.

Secondo molte testimonianze ipnotiche e canalizzate, esistono famiglie di anime, gruppi affini che si ritrovano più volte, sia sulla Terra che “altrove”. Esistono veri e propri gruppi di studio, in cui l’anima continua a crescere, apprendere, comprendere.

Alcune anime, particolarmente evolute, non hanno più bisogno di reincarnarsi. Altre, pur potendo scegliere di non tornare, decidono comunque di farlo per essere di aiuto agli altri.

Questo concetto ritorna con forza anche in un altro grande sistema di conoscenza: quello tibetano.

Il punto di vista tibetano: i bardo

Nella tradizione tibetana, lo stato di coscienza non è unico e continuo, ma attraversa diversi bardo, termine che significa “intervallo”.

I tibetani ne distinguono principalmente quattro:

  1. Il bardo della vita – quello che stiamo vivendo ora

  2. Il bardo della morte – il processo del morire, spesso descritto come doloroso

  3. Il bardo luminoso della dharmata – l’incontro con la luce

  4. Il bardo karmico della rinascita – che conduce a una nuova incarnazione

La cosa sorprendente è che i primi due bardo coincidono moltissimo con le NDE: l’uscita dal corpo, il tunnel, la luce, il senso di amore totale.

Ma c’è un aspetto cruciale.

Per il buddismo tibetano, la rinascita non è un obiettivo. È una conseguenza. L’obiettivo è invece riconoscere la luce e fondersi con essa.

Se questo avviene, il bardo della rinascita non si manifesta più.

Fondersi con la luce: cosa significa davvero?

Qui entriamo in un terreno delicato, perché il linguaggio umano fatica a descrivere certe esperienze.

Potremmo dire che fondersi con la luce significa non essere più un’entità separata, non essere più un “io” che soffre, desidera, teme. È come passare da essere il personaggio di un sogno a essere colui che sogna.

Non è uno spegnimento. È un’espansione.

Alcuni lo chiamerebbero Dio. Altri l’Uno, il Tutto, la Coscienza universale. Il nome cambia, ma l’esperienza descritta è simile.

Ed è interessante notare che esperienze simili possono avvenire anche in vita, in stati mistici profondi, nella meditazione, in momenti di grazia. La differenza è che, nella vita, sono spesso temporanee. Dopo la morte, possono diventare definitive.

E chi sceglie di non fondersi?

Secondo la tradizione tibetana, esiste una possibilità ancora più radicale e compassionevole: rinunciare alla fusione definitiva per aiutare gli altri.

Un’anima molto evoluta può decidere di rimanere una coscienza separata, o addirittura di reincarnarsi, per accompagnare chi soffre. È l’ideale del bodhisattva: colui che potrebbe liberarsi, ma sceglie di restare.

Ancora una volta, questo concetto ritorna anche nelle ipnosi regressive e nelle canalizzazioni.

Una visione coerente, da angolature diverse

A prima vista, queste fonti potrebbero sembrare contraddittorie. In realtà, raccontano la stessa realtà da prospettive diverse.

Le NDE mostrano l’inizio del viaggio.
Le ipnosi mostrano cosa accade dopo.
I tibetani descrivono l’intero processo in modo simbolico.

Nessuna di queste pretende di essere una verità assoluta. E nemmeno io.

Un invito all’indagine personale

Non ti chiedo di credere a me.
Non ti chiedo di credere ai tibetani.
Non ti chiedo di credere a chi ha vissuto una NDE o un’ipnosi regressiva.

Ti propongo solo dei semi. Spunti di riflessione. Campi di indagine.

Ognuno di noi costruirà il proprio quadro, intrecciando esperienza personale, intuizione, ragione e apertura.

Buona indagine quindi.. Fammi sapere se hai già un tuo punto di vista, sia esso in linea con quanto detto che divergente

Guarda il Video – cosa succede dopo la morte oltre le NDE

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3 risposte

  1. Ciao Claudio, ho letto tempo fa il Libro Tibetano dei Morti ed in effetti confermo che è una lettura piuttosto strana per chi come me evidentemente non possiede le giuste chiavi di interpretazione. Nel video dici che preferisci suggerire altre letture. Potresti dirci quali? Grazie. Buon tutto.

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