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Cosa ci accade morendo?
Cosa succede quando moriamo? Ovvero com’è l’esperienza che viviamo nel momento del trapasso?
lo capiamo assieme (capendo anche come lo possiamo sapere) in questo articolo
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Il primo punto fondamentale, spesso ignorato, è che la morte non è un evento improvviso, non è un interruttore che si spegne. La morte è un processo, un insieme di fasi progressive che coinvolgono il corpo, la mente, l’energia e la coscienza.
Comprendere questo cambia radicalmente il nostro modo di guardare alla morte.
Non più come un muro nero e improvviso, ma come un passaggio, un distacco graduale, accompagnato da esperienze interiori spesso descritte come profonde, liberatorie e persino meravigliose.
Gran parte della paura che associamo alla morte nasce da una confusione:
confondiamo il dolore del morire con l’esperienza della morte stessa.
Il video lo chiarisce subito:
gli istanti precedenti alla morte possono essere difficili, soprattutto se il corpo ha sofferto;
il momento esatto della morte, il distacco dal corpo, viene invece descritto da quasi tutte le fonti come piacevole, liberatorio, pacifico.
Questa distinzione è cruciale.
Il dolore appartiene al corpo che si spegne, non alla coscienza che si libera.
Ed è proprio su questo punto che convergono testimonianze provenienti da ambiti molto diversi tra loro, ma incredibilmente coerenti.
Le NDE – Near Death Experiences, o esperienze di premorte, rappresentano una delle fonti più affascinanti e studiate sul tema.
Persone talvolta dichiarate clinicamente morte – cuore fermo, attività cerebrale assente o quasi – che poi sono tornate in vita, raccontano esperienze straordinariamente simili, indipendentemente dalla cultura, dalla religione o dall’età.
Tra gli elementi più ricorrenti troviamo:
la sensazione di uscire dal corpo
la percezione di osservarlo dall’alto, senza dolore
uno stato di pace profonda, serenità, assenza di paura
la visione di un tunnel o di uno spazio buio
l’apparizione di una luce intensa, amorevole, accogliente
la sensazione di essere accolti, accettati, amati incondizionatamente
Un dettaglio fondamentale:
molti raccontano che il corpo, visto dall’esterno, appare come qualcosa di estraneo, quasi un vestito dismesso. Il dolore è finito. Rimane solo una presenza consapevole, lucida e calma.
Un’altra fonte citata nel video è il lavoro di ipnotisti che accompagnano le persone in regressioni alle vite precedenti.
Al di là del dibattito sulla natura di queste esperienze, ciò che colpisce è la coerenza dei racconti nel momento in cui gli ipnotizati raccontano della loro morte.
Anche qui emergono elementi ricorrenti:
la sensazione di leggerezza
il distacco dal corpo senza sofferenza
la percezione di fluttuare sopra il corpo
il richiamo irresistibile verso una luce
Spesso il soggetto racconta dettagli che l’ipnotista non può prevedere, e che coincidono in modo impressionante con le NDE.
Non si tratta di una prova scientifica definitiva, ma di un indizio potente:
quando fonti così diverse raccontano la stessa esperienza, qualcosa merita attenzione.
Tra le fonti più affascinanti e dettagliate troviamo il Bardo Thödol, noto in Occidente come Libro tibetano dei morti.
È importante chiarire un punto:
il testo è estremamente simbolico e spesso incomprensibile senza una chiave di lettura. Non è un libro da leggere, personalmente lo sconsiglio. Tuttavia, se interpretato correttamente, offre una descrizione sorprendentemente precisa delle fasi della morte.
I tibetani parlano di Bardo, una parola che indica uno stato di transizione. La vita stessa è un Bardo, così come il sogno, la meditazione e, naturalmente, la morte.
In particolare, distinguono:
Il Bardo doloroso della morte – la fase che precede la morte fisica
Il Bardo luminoso della Dharmata – l’esperienza della luce, della grazia, della presenza divina
Altre fasi successive, che qui non approfondiamo
Oggi ci concentriamo soprattutto sulla prima fase, quella del distacco dal corpo.
Secondo la tradizione tibetana, il corpo si dissolve seguendo il ciclo dei quattro elementi: terra, acqua, fuoco e aria.
Ogni fase presenta segni esterni, osservabili da chi assiste il morente, e segni interni, vissuti solo dal morente.
È la prima fase.
Segni esterni:
perdita di forza
difficoltà a reggersi in piedi
oggetti che cadono dalle mani
senso di pesantezza o schiacciamento
richiesta di essere sollevati
Segni interni:
visioni di miraggi tremolanti
paesaggi, prati, immagini luminose
apparizione di parenti defunti o figure protettive
Questa fase è spesso confermata da infermieri e volontari che assistono i morenti: molte persone, poco prima di morire, parlano con qualcuno che gli altri non vedono.
Segni esterni:
aumento dei liquidi corporei
muco, saliva, lacrimazione
possibile incontinenza
difficoltà nel parlare
successiva secchezza della bocca
sete intensa
mente annebbiata, nervosismo
Segni interni:
sensazione di essere immersi in una nebbia fittissima
difficoltà di movimento
perdita dei riferimenti
possibile disagio o smarrimento
È una fase delicata, in cui il morente può apparire agitato o confuso, ma interiormente sta vivendo una trasformazione profonda.
Segni esterni:
iniziale aumento del calore
poi raffreddamento progressivo
incapacità di scaldarsi
mente oscillante tra lucidità e confusione
difficoltà a riconoscere i presenti
Segni interni:
visione di mille luci intermittenti
fiamme che non bruciano
sensazione di leggerezza e libertà
Questa è la fase che molti associano erroneamente all’inferno.
In realtà, questo fuoco non è doloroso, anzi è spesso descritto come uno spettacolo affascinante.
È l’ultima fase prima della morte clinica.
Segni esterni:
respirazione sempre più difficoltosa
rantoli
ultima esalazione
Segni interni:
la colonna di luce e fuoco avvolge tutto
senso di espansione
distacco definitivo dal corpo
Qui avviene la morte fisica che coincide con quella clinica.
Ma secondo i tibetani – e secondo molte NDE – non è tutto finito.
Dopo la morte clinica, la coscienza attraversa una fase di buio totale, spesso descritta come tunnel.
Questo buio non è una punizione, ma una fase di purificazione.
È il momento in cui vengono abbandonati:
gli schemi mentali
le emozioni più basse
l’attaccamento
l’avversione
l’ignoranza
In termini moderni, potremmo dire che non basta lasciare l’hardware (il corpo), bisogna disinstallare anche il software.
Alla fine del tunnel appare la luce.
Una luce che non acceca, ma accoglie.
Una luce che non giudica, ma ama.
Una luce in cui ci si sente a casa.
Questa esperienza è descritta come:
pace assoluta
senso di appartenenza
amore incondizionato
accettazione totale di sé
Cristiani, buddhisti, atei, agnostici: tutti usano parole simili.
Ed è forse questo il messaggio più potente:
qualcosa di profondamente umano – o forse universale – emerge nel momento della morte.
Parlare di morte non è morboso.
È liberatorio.
Comprendere che la morte potrebbe non essere una fine, ma una transizione, riduce la paura, aumenta la consapevolezza e ci invita a vivere con più presenza e gioia, senza dare la vita per scontato.
Forse il vero insegnamento non è cosa succede dopo, ma come viviamo adesso, sapendo che nulla va davvero perduto e al contempo che la vita è un dono, una occasione da valorizzzare, non da “lasciarsi vivere”.
anche un “caffè” o una “pizza” possono esser di aiuto
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