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Novembre: il mese in cui l’aldilà si apre
Ogni anno, intorno ai primi giorni di novembre, in particolare il 2 novembre — il giorno dedicato alla commemorazione dei defunti — torna a riaffiorare una domanda che molti si pongono, spesso con un misto di curiosità, rispetto e anche un po’ di speranza: è vero che in questo periodo i morti vogliono mettersi più facilmente in contatto con noi?
Alcuni medium lo sostengono apertamente: dicono che nei giorni che circondano la Festa dei Morti, le energie tra i due mondi si fanno più sottili, e che le anime dei nostri cari hanno una maggiore possibilità (o volontà) di comunicare con noi.
Qualcuno mi ha chiesto che cosa ne penso di questa idea. Non essendo un medium, non posso dare una risposta “dall’interno”, ma possiamo ragionarci sopra, cercando di restare il più possibile logici, pur mantenendo uno sguardo aperto al mistero — perché, diciamolo, non tutto ciò che esiste è misurabile, ma non per questo smette di essere reale..
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Il desiderio di comunicare con chi non c’è più accompagna l’essere umano da sempre.
Fin dall’antichità esistevano riti, celebrazioni e giornate dedicate a ricordare e onorare i defunti. E non è un caso che quasi tutte le culture del mondo, indipendentemente dalla religione o dal continente, abbiano individuato proprio questo periodo dell’anno come momento “di soglia”.
Pensiamo ai Celti, che celebravano Samhain, la fine dell’estate e l’inizio della stagione oscura: un tempo in cui, secondo le loro credenze, il velo tra il mondo dei vivi e quello dei morti si assottigliava.
La Chiesa cattolica, secoli dopo, collocò la Festa di Ognissanti (1 novembre) e la Commemorazione dei defunti (2 novembre) proprio in quelle stesse date. Un modo, in fondo, per cristianizzare un’intuizione che già apparteneva al cuore dell’uomo: che tra la fine di ottobre e i primi di novembre succede qualcosa.
Se proviamo a guardare la questione da un punto di vista più razionale, possiamo partire da un dato semplice: in quei giorni siamo anche noi a pensare di più ai nostri cari defunti.
Andiamo al cimitero, accendiamo un lume, portiamo dei fiori, magari ci fermiamo a ricordare un volto, un profumo, un momento condiviso. Molta della nostra attenzione, del nostro pensiero, si orienta verso chi non è più fisicamente con noi.
E qui nasce la prima riflessione: chi sta cercando chi?
Siamo davvero noi a ricevere una chiamata “dall’altra parte”? O siamo noi i primi a comporre il numero, per così dire, con la mente e con il cuore?
È un po’ come il classico paradosso dell’uovo e della gallina.
I medium dicono: “in questo periodo i morti cercano di contattarci di più”.
Ma forse potremmo anche dire il contrario: “in questo periodo siamo noi che cerchiamo loro di più”.
E, come in ogni relazione, il contatto nasce quando entrambe le parti si cercano.
A tutti è capitato almeno una volta un piccolo episodio apparentemente casuale, nell’ al di qua, ma che fa riflettere: pensi intensamente a una persona, e poco dopo quella persona ti chiama o ti scrive. Oppure sei tu a chiamarla e lei ti dice: “Ma sai che ti stavo proprio pensando in questi giorni?”
Sono coincidenze, certo, ma non del tutto casuali.
Sono connessioni mentali.
E se accade tra due persone in vita, immerse nel mondo materiale, quanto più può essere naturale immaginare che lo stesso tipo di connessione possa esistere con chi vive ormai in una dimensione dove la mente è tutto?
Nell’aldilà — per come viene descritto da molte testimonianze di NDE (esperienze di premorte), contatti medianici o persino antiche tradizioni spirituali — non esistono corpo né spazio né tempo come li intendiamo noi. Esiste la coscienza, il pensiero, l’intenzione.
E il pensiero è, in fondo, la lingua dell’anima.
Ogni volta che pensiamo intensamente a qualcuno, creiamo una connessione.
È come se tra la nostra mente e quella dell’altro si formasse un piccolo ponte invisibile.
Quando quel pensiero è carico di affetto, di amore o di nostalgia sincera, quel ponte diventa ancora più solido.
Nei primi di novembre, milioni di persone nel mondo fanno la stessa cosa nello stesso momento: pensano ai propri cari defunti.
È come se si creasse una gigantesca rete collettiva di pensieri affettuosi, una vera e propria risonanza emotiva planetaria.
E se davvero, come molti sostengono, il pensiero è energia, allora è logico supporre che in quei giorni l’energia di connessione con l’aldilà sia più forte, più attiva, più disponibile.
Non è magia, è coerenza logica.
Non sono solo i morti che “scelgono” un periodo per comunicare: siamo anche noi che apriamo più porte, e loro — che vivono di pensiero e amore — rispondono al richiamo.
Questo in tutto il mondo da secoli se non da millenni: è come un appuntamento a cui nessuno, da nessuna delle due parti, volesse mancare. Noi come “loro” ci sentiamo più vicini e la distanza si assottiglia..
Spesso immaginiamo il “contatto con i defunti” come se fosse una comunicazione a distanza, quasi come se dovessimo tendere un filo lunghissimo da qui a un luogo lontano. Ma se davvero l’aldilà è uno stato di coscienza, allora la distanza non esiste.
La separazione è solo apparente, come quando due radio sono sintonizzate su frequenze diverse.
Quando pensiamo con intensità, con amore, è come se girassimo la manopola della nostra radio interiore: ci sintonizziamo su una frequenza più sottile, quella dove si trovano loro.
E forse è per questo che in certi momenti — magari davanti a una foto, o durante una preghiera — ci sembra di sentire una presenza, una carezza, un’intuizione improvvisa che ci scalda il cuore.
È la domanda centrale.
Forse la risposta è: entrambi.
Come due persone che si pensano a distanza e finiscono per incontrarsi “per caso” in un sogno o in un pensiero, anche noi e i nostri cari defunti possiamo incontrarci in un punto intermedio, in quella zona sottile dove l’intenzione si fa vibrazione.
In questo senso, dire che “i morti vogliono contattarci di più a novembre” è vero, ma solo se aggiungiamo: “perché anche noi li pensiamo di più a novembre”.
Il flusso è bidirezionale. Una abitudine radicata nei secoli.
Non c’è chi bussa e chi apre: c’è un incontro, come due persone che si avvicinano una all’altra partendo da estremità diverse di un ponte.
Molte tradizioni spirituali, religiose e persino film di animazione — come il bellissimo Coco della Pixar — ci ricordano una cosa semplice e profonda: i defunti continuano a “vivere” finché qualcuno li ricorda.
Quando diciamo “vive nel mio cuore” o “non lo dimenticherò mai”, non è solo un modo di dire poetico.
In qualche modo, è letterale: nella misura in cui continuiamo a pensarli, li manteniamo in una forma di esistenza.
Forse non fisica, ma senz’altro reale dal punto di vista della coscienza.
Il pensiero è come un nutrimento per chi vive di pensiero.
E allora sì: nei giorni in cui li ricordiamo con maggiore intensità, loro “ricevono” più energia da noi. È un dono reciproco: noi li sentiamo più vicini, loro percepiscono il nostro amore.
Potremmo chiederci: ma se tutto è questione di pensiero e connessione, perché allora proprio in quelle date, e non in qualsiasi altro giorno dell’anno?
La risposta sta nel potere del rituale collettivo.
Quando milioni di persone concentrano contemporaneamente la propria attenzione su un unico tema — in questo caso, il ricordo dei propri cari — si crea un campo energetico comune, una sorta di amplificatore.
Il gesto semplice di accendere una candela, di andare al cimitero, di dire una preghiera, assume così una potenza simbolica e vibratoria enorme.
Il rito, in fondo, serve proprio a questo: a rendere visibile, tangibile e condivisa un’intenzione interiore.
E l’intenzione è la chiave di ogni connessione spirituale.
Non è necessario essere medium o sensitivi per percepire questa connessione.
Tutti possiamo sentirla, a modo nostro, attraverso ricordi, emozioni, sogni o semplici intuizioni.
Il punto non è cercare di “parlare con i morti” come si farebbe con un telefono, ma imparare a riconoscere la sottile presenza che ci accompagna, a sentire che l’amore non si interrompe con la morte.
I medium, forse, sono persone che hanno una maggiore sensibilità a questo tipo di linguaggio, come chi ha l’orecchio più allenato a distinguere le note di una melodia. Ma la musica, quella, suona per tutti.
E forse è proprio questo il bello: scoprire che la vita e la morte non sono due mondi separati, ma due facce dello stesso mistero, unite da un filo invisibile che si chiama coscienza.
anche un “caffè” o una “pizza” possono esser di aiuto
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2 risposte
Grazie Claudio per aver comunicato il tuo pensiero…..sapevo pure io qualcosa in merito da parte dei medium ma è ovvio che il pensiero e le connessioni secondo me vanno oltre il mese di novembre.
grazie a te di elaborare il tuo pensiero