La storia di Bāhiya: la via diretta al risveglio
Vediamo oggi la storia di Bāhiya.
Chi era Bāhiya?
È una storia di risveglio che risale ai tempi del Buddha, uno dei più potenti e allo stesso tempo più fulminei casi di risveglio. Non è solo una leggenda o un racconto edificante: è un insegnamento vivo, tagliente, essenziale.
La storia di Bāhiya è la dimostrazione di quanto una sola intuizione, un solo momento di visione limpida, possa cambiare tutto: poche parole dette da Buddha e Bahya si risvegliò.. (Vedremo presto quali parole)..
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Contenuti
- La storia di Bāhiya: la via diretta al risveglio
- Un monaco inquieto
- La voce interiore
- Il viaggio verso il Buddha
- L’incontro
- Le parole che liberarono Bāhiya
- Il risveglio istantaneo
- La morte di Bāhiya
- Il significato profondo
- Dal punto di vista della pratica
- La mente che aggiunge
- L’eco delle parole del Buddha
- Il risveglio come riconoscimento
- La lezione per noi
- Epilogo: tra i grandi illuminati
- Una storia che ci riguarda
- Guarda il Video – La Storia di Bahya
Un monaco inquieto
Bāhiya era, potremmo dire, una specie di monaco errante. Viveva di elemosina, come si vive ancora oggi in molte zone dell’Asia, sostenuto dalla generosità della gente.
La sua vita esteriore era quella di un uomo religioso, di un asceta. Ma dentro di sé sentiva che qualcosa non tornava.
Ogni giorno riceveva delle offerte, raccoglieva il cibo, ringraziava, sorrideva. Ma in fondo al cuore avvertiva un vuoto, una falsità.
Si accorgeva che stava recitando una parte: stava forse prendendo in giro chi lo sosteneva facendo il santone ma senza una vera saggezza interiore.
E si chiedeva:
“E se anche gli altri, quelli che si chiamano monaci, fossero come me?
Se anche loro stessero solo fingendo?
Se nessuno di noi avesse realmente compreso nulla?”
Era tormentato da questa domanda. Non si dava pace. Viveva come un santo, ma si sentiva un impostore.
La voce interiore
Un giorno, mentre rifletteva con profonda amarezza sulla sua condizione, una voce interiore — una sorta di messaggero, una figura luminosa — gli apparve.
E gli disse:
“Bāhiya, tu non sei illuminato.
C’è, non lontano da qui, un essere realmente risvegliato: il Buddha.
Egli ha realizzato ciò che tu stai solo immaginando.
Non sprecare la tua vita. Va’ da lui.”
Quelle parole lo colpirono come un fulmine.
Bāhiya si rese conto che non poteva più rimandare. Che ogni giorno perso era un giorno sprecato.
Il viaggio verso il Buddha
Così, senza indugiare, partì.
Camminò giorno e notte, instancabile. La sua urgenza era totale.
Non aveva con sé nulla: solo il desiderio ardente di incontrare il Risvegliato, il Buddha.
Dopo un lungo cammino, arrivò nei pressi della foresta dove si trovava il Buddha con i suoi monaci. Ma quando chiese di vederlo, gli fu detto che in quel momento il Buddha era uscito per la questua, cioè per la raccolta del cibo quotidiano.
Era un momento sacro della giornata, in cui il Buddha non insegnava.
I discepoli di Bāhiya gli consigliarono di aspettare.
Ma Bāhiya non poteva aspettare.
Sapeva — lo sentiva — che non c’era tempo da perdere.
Così corse di nuovo, stavolta verso la città, dove gli dissero che il Buddha stava camminando lungo la strada, con la ciotola in mano, tranquillo, seguito dai suoi monaci.
L’incontro
Bāhiya si gettò ai piedi del Buddha, in mezzo alla polvere della strada, e lo implorò:
“Signore, insegnami.
Ti prego, mostrami la via per la liberazione.”
Il Buddha, con calma, rispose:
“Non è il momento, Bāhiya.
Torda più tardi.
Questo non è il momento opportuno per un insegnamento.”
Ma Bāhiya insistette:
“Signore, non so quanto a lungo vivrò.
Non so se avrò un altro momento.
Ti prego, insegnami ora.”
Il Buddha lo guardò negli occhi, e vide la sincerità, la fame autentica del risveglio.
E quando qualcuno chiedeva per tre volte, con tutto il cuore, il Buddha non rifiutava mai.
Allora, in mezzo alla strada, tra il mormorio del villaggio e il canto degli uccelli, il Buddha pronunciò poche parole.
Parole semplici, ma potenti capaci di dissolvere un’intera illusione.
Le parole che liberarono Bāhiya
“Bāhiya, in ciò che è visto, ci sia solo il visto.
In ciò che è udito, ci sia solo l’udito.
In ciò che è percepito, ci sia solo il percepito.
In ciò che è pensato, ci sia solo il pensato.Quando per te, Bāhiya, nel visto ci sarà solo il visto,
nell’udito solo l’udito,
nel pensato solo il pensato,
allora non sarai più ‘in questo’ o ‘in quello’.E quando non sarai più ‘in questo’ o ‘in quello’,
allora non sarai più ‘qui’ o ‘là’.Questo, Bāhiya, è la fine della sofferenza.”
Basta.
Non aggiunse altro.
Ma per Bāhiya quelle parole furono come una lama che taglia la nebbia.
Tutto si fermò.
Non c’era più nessun “vedente”, nessun “uditore”, nessun “pensatore”.
Solo il vedere, l’udire, il pensare, liberi da un centro, liberi da un io.
E in quell’istante, Bāhiya si risvegliò.
Il risveglio istantaneo
Non c’era più nessun dubbio, nessuna ricerca, nessuna urgenza.
Tutto ciò che aveva inseguito per anni si dissolveva in un istante di limpida consapevolezza.
Là dove prima c’era Bāhiya, ora c’era solo la pura presenza.
Un vedere senza chi vede, un ascoltare senza chi ascolta.
Niente da aggiungere, niente da togliere.
La morte di Bāhiya
Bāhiya ringraziò il Buddha, si inchinò, e si avviò verso la foresta dove si trovavano gli altri monaci, come il Maestro gli aveva suggerito.
Ma lungo la strada, accadde l’imprevisto.
Un toro impazzito, sfuggito da un villaggio, lo travolse.
Bāhiya morì sul colpo.
Quando il Buddha e i suoi discepoli, terminata la questua, passarono per quella strada, trovarono il corpo di Bāhiya a terra.
Il Buddha si fermò, lo guardò con compassione e disse ai suoi monaci:
“Portate il corpo di Bāhiya.
Fatene il funerale e onoratelo.
Egli è diventato un Arahant, un illuminato.”
I discepoli si stupirono:
“Ma, Maestro, com’è possibile?
Si è appena incontrato con te, ha ricevuto solo poche parole!”
E il Buddha rispose:
“Sì, ma quelle parole gli sono bastate.
In quel momento, Bāhiya ha visto la verità.
È libero.”
Il significato profondo
La storia di Bāhiya è una delle più brevi e allo stesso tempo più dirette di tutto l’insegnamento buddhista.
Non parla di anni di meditazione, né di rituali.
Parla solo di un momento di chiarezza totale.
Tutto ruota intorno a un’unica intuizione: non c’è nessuno che veda, nessuno che ascolti, nessuno che pensi.
C’è solo il vedere, l’ascoltare, il pensare.
Il Buddha, con poche parole, indica la via del risveglio.
Non c’è nulla da costruire.
C’è solo da riconoscere che, in ogni esperienza, ciò che appare è già completo.
Dal punto di vista della pratica
Per chi pratica la Vipassana o la mindfulness, queste parole sono una mappa preziosa.
“Nel visto solo il visto” significa imparare a lasciare che l’esperienza sia pura, senza aggiungere un commento mentale, un giudizio, un’etichetta.
Normalmente, quando vediamo qualcosa, non ci limitiamo a vedere.
Immediatamente sorgono pensieri: mi piace, non mi piace, è bello, è brutto, è mio, è tuo…
Il vedere si sporca di concetti.
E da lì nasce l’“io”.
Il Buddha, invece, ci invita a spezzare la catena proprio in quel punto:
lì dove il contatto tra i sensi e il mondo dà origine all’attaccamento e alla sofferenza.
Quando nel visto c’è solo il visto, la mente non costruisce un “me” che osserva.
C’è solo il fenomeno, nudo, chiaro, impermanente.
E in quella nudità, in quella semplicità assoluta, si apre lo spazio della libertà.
La mente che aggiunge
Nella pratica quotidiana possiamo osservare quanto la mente aggiunge, inventa, interpreta.
Vedo un volto, e subito nasce un pensiero.
Sento una parola, e subito una reazione.
Penso un pensiero, e ne arrivano altri dieci a commentarlo.
Bāhiya ci insegna che è possibile fermarsi prima di tutto questo.
Riconoscere il momento puro dell’esperienza, prima che diventi storia, prima che diventi “mia”.
L’eco delle parole del Buddha
“Quando per te, Bāhiya, nel visto ci sarà solo il visto…”
Questa frase può accompagnare la pratica come un koan.
Non è un concetto da capire, ma un invito da vivere.
Ogni volta che senti, che vedi, che pensi, puoi ricordare:
in questo momento, c’è solo questo.
Non serve interpretare, non serve aggiungere.
Il presente è già completo così com’è.
Il risveglio come riconoscimento
Il risveglio di Bāhiya non è un evento magico, non è un miracolo.
È semplicemente il riconoscimento diretto della realtà.
Un istante di pura lucidità in cui l’illusione del “me” si dissolve.
Molti meditanti, ascoltando questa storia, si chiedono:
“Come è possibile risvegliarsi così, in un attimo?”
La risposta è che quel momento arriva solo quando tutto è maturo.
Bāhiya aveva praticato, aveva cercato, aveva sofferto.
Tutta la sua vita era stata una preparazione a quel momento.
Quando il Buddha gli ha parlato, la mente era pronta a lasciarsi cadere.
La lezione per noi
La storia di Bāhiya ci ricorda che la liberazione non è lontana.
Non è qualcosa che dobbiamo ottenere dopo anni di sforzo, ma qualcosa che può avvenire ora, nell’istante in cui smettiamo di aggrapparci al “me” e ci apriamo completamente all’esperienza.
Non serve correre dietro ai pensieri.
Non serve cercare stati speciali.
Serve solo essere qui, pienamente, in ciò che accade.
Quando cammini, c’è solo il camminare.
Quando ascolti, solo l’ascoltare.
Quando respiri, solo il respiro.
In quel “solo” c’è tutto.
Epilogo: tra i grandi illuminati
Dopo la morte di Bāhiya, i monaci raccolsero il suo corpo, lo cremarono e conservarono le sue ceneri insieme a quelle dei grandi illuminati.
Non perché fosse vissuto a lungo con il Buddha, ma perché in un istante aveva visto ciò che c’è da vedere.
Il Buddha stesso lo confermò:
“Tra coloro che hanno compreso rapidamente, Bāhiya è il più veloce.”
Una storia che ci riguarda
La storia di Bāhiya non è solo una memoria antica.
È una metafora viva della nostra vita.
Anche noi, come lui, spesso viviamo in un ruolo:
il bravo praticante, l’insegnante, l’uomo spirituale, la donna saggia.
Ma dentro, se siamo onesti, sentiamo che qualcosa manca.
E forse anche noi, un giorno, sentiremo quella voce interiore che ci dice:
“Non sprecare la tua vita.
Vai, trova la verità.”
E magari, come Bāhiya, scopriremo che la verità non è lontana.
È proprio qui, nel semplice atto del vedere, dell’ascoltare, del respirare.
Questa storia è citata nel Corso Avanzato di Vipassana, dedicato a chi vuole consolidare e sviluppare la propria consapevolezza.
È un corso che si ispira a ciò che il Buddha stesso chiamava la via diretta per il risveglio: un cammino semplice, essenziale, ma non per tutti.
È consigliato a chi ha già un minimo di esperienza nella pratica di Vipassana o di mindfulness, a chi ha già intravisto la quiete del momento presente e desidera approfondirla.
Se senti anche tu l’urgenza di non sprecare la vita, di comprendere in modo diretto,
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Guarda il Video – La Storia di Bahya
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