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NDE di Emilia: "ero diventata Amore"
le NDE (esperienze di premorte) sono esperienze -appunto- che, anche a distanza di decenni, restano impresse nella memoria con una nitidezza sorprendente. Non sbiadiscono, non si confondono con altri ricordi, non perdono intensità. Rimangono lì, vive, come se fossero accadute il giorno prima.
È così che Emilia, oggi settantatreenne, descrive la sua esperienza di pre-morte (NDE), vissuta oltre quarant’anni fa durante un intervento chirurgico..
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La sua è una testimonianza semplice, priva di elementi spettacolari o visioni complesse, ma proprio per questo profondamente autentica. Non ci sono figure divine, né incontri con persone defunte. Eppure, ciò che racconta ha una forza straordinaria: un’esperienza totalizzante di pace e amore assoluto, così intensa da trasformare per sempre il suo rapporto con la morte.
All’epoca dei fatti, Emilia aveva circa trent’anni. Era madre di due bambini e viveva una situazione familiare complicata, in un matrimonio difficile. La sua vita, come quella di molte persone, era fatta di responsabilità, fatica e anche solitudine. Rimasta orfana piuttosto giovane e senza fratelli o sorelle, poteva contare solo su poche amicizie e sui suoi figli.
Fu a causa di seri problemi all’utero che venne ricoverata in un ospedale della Campania, lontano da Napoli ma comunque in quella regione. Il ricovero portò a un intervento chirurgico in anestesia totale.
Di ciò che accadde in sala operatoria ricorda poco o nulla: come spesso accade nei momenti traumatici, molti dettagli della sua vita sono stati rimossi dalla memoria.
Ma è proprio durante quello stato di incoscienza che avviene qualcosa di completamente diverso.
A un certo punto, Emilia si percepisce in uno spazio che descrive come una via di mezzo tra un tunnel e un grande tubo. Non è un’immagine nitida nel senso tradizionale: è più una sensazione visiva e fisica insieme. Tutto è grigio, e lei si muove lungo le pareti, come se stesse ruotando.
Paragona questo movimento a quello dei vecchi “rotor” dei luna park, in cui la forza spingeva le persone contro le pareti mentre la struttura girava. Anche lei si sente così: in movimento circolare, ma allo stesso tempo spinta in avanti, verso qualcosa.
Quel “qualcosa” è una luce.
Non è una luce accecante o fredda. È una luce che attrae, che avvolge, che ha una qualità emotiva propria. Man mano che si avvicina, Emilia percepisce crescere dentro di sé una sensazione sempre più intensa.
Emilia parla di una pace immensa, ma soprattutto di un amore che fatica a descrivere con le parole.
Non è l’amore che conosciamo nella vita quotidiana. Non è l’amore per i figli, per un partner o per i genitori. Non è un sentimento diretto verso qualcuno. È qualcosa di completamente diverso.
È, come dice lei stessa, “amore e basta”.
Una condizione in cui non esiste più separazione tra sé e ciò che si prova. Non si tratta di sentire amore: è diventare amore. Il corpo, la mente, l’identità sembrano dissolversi in questa esperienza totale, in cui non manca nulla.
Non c’è bisogno, non c’è desiderio, non c’è paura.
Solo una sensazione di completezza assoluta.
La Luce è emozione d’amore, l’emozione è luce e lei stessa è Luce e Amore.
Mentre si avvicina sempre di più a questa luce e l’intensità dell’esperienza cresce, accade qualcosa di improvviso: Emilia sente di essere tirata indietro.
Non è una decisione consapevole. Non è una scelta. È un movimento forzato, come se qualcosa o qualcuno la stesse riportando indietro.
In quel momento, emerge una reazione fortissima: non vuole tornare.
È un dettaglio significativo, perché non pensa ai figli, alla vita lasciata indietro, alle responsabilità. Non pensa a nulla di tutto questo. L’unico desiderio è restare lì, continuare ad avvicinarsi a quella luce, a quell’amore.
Ma il ritorno avviene comunque.
E nel giro di un attimo, si ritrova di nuovo nel corpo.
Quando riapre gli occhi, Emilia si trova in una piccola stanza d’ospedale con due letti. Non c’è nessuno accanto a lei: né medici, né infermieri, né familiari. Non è attaccata a strumenti, non è monitorata. Non sa se è morta o è davvero un ospedale.
È sola.
Eppure, si sente bene. In forze. Lucida.
Si alza e, con naturalezza, si avvicina alla donna nel letto accanto, chiedendole come sta e se ha bisogno di aiuto. È un gesto semplice, quasi automatico, ma che riflette già un cambiamento sottile.
Non racconta subito ciò che ha vissuto. In parte per mancanza di contesto – all’epoca si parlava poco di queste esperienze – e in parte per timore di non essere creduta.
Per anni, Emilia tiene per sé questa esperienza. Non sente il bisogno di condividerla, e forse non trova nemmeno le parole per farlo.
Solo più avanti, quando iniziano a circolare libri e testimonianze sulle esperienze di pre-morte, capisce di non essere l’unica.
Questo le dà una sorta di legittimazione, una tranquillità nuova: non è stata una follia, non è stata un’illusione isolata.
Altri hanno vissuto qualcosa di simile.
E così, lentamente, inizia a raccontare.
Se c’è un effetto chiaro e duraturo di questa esperienza, è la totale assenza di paura verso la morte.
Emilia lo dice con chiarezza: da quel momento, l’angoscia è scomparsa. E con il passare degli anni, questo effetto è diventato ancora più significativo.
Se a trent’anni la morte era un’idea lontana, oggi, con l’età avanzata, è una presenza più concreta. Eppure, non la spaventa.
Perché ciò che ha vissuto è ancora lì, dentro di lei. Non come un ricordo sbiadito, ma come una certezza emotiva.
La morte, per lei, non è più un salto nel buio, ma un ritorno a quella luce.
Un aspetto interessante della sua testimonianza è l’onestà con cui Emilia riconosce di non essere diventata una persona “perfetta” dopo l’esperienza.
Non si definisce una santa. Non dice di aver cambiato radicalmente vita. Il suo carattere, con i suoi difetti, è rimasto.
Eppure, qualcosa è cambiato.
Con il tempo è maturata una maggiore consapevolezza. Una capacità di guardare alla propria vita con più lucidità, di riconoscere errori, di dare più valore alle cose importanti.
Se potesse tornare indietro, dice, vivrebbe in modo diverso: con più attenzione agli altri, meno ego, più amore.
Non come un obbligo morale, ma come una naturale conseguenza di ciò che ha sperimentato.
Uno dei punti che più la fanno riflettere è questo: perché proprio a lei?
Non si è mai considerata particolarmente meritevole. Non era religiosa, non seguiva un percorso spirituale specifico, non si sentiva “migliore” degli altri.
Eppure, ha vissuto quell’esperienza.
La risposta che si è data nel tempo è semplice ma profonda: forse quell’amore è davvero universale. Forse è infinito, e proprio perché è infinito non fa distinzioni.
Non giudica. Non seleziona.
È uguale per tutti.
Questa idea la rassicura, ma allo stesso tempo apre una riflessione più ampia: se davvero esiste una dimensione di amore così totale, allora riguarda ogni essere umano, indipendentemente dalla sua storia o dai suoi errori.
Oggi Emilia racconta la sua esperienza soprattutto con un obiettivo: dare coraggio agli altri.
Non cerca approvazione, né riconoscimento. Non sente il bisogno di convincere nessuno.
Sa bene che chi non ha vissuto qualcosa di simile può solo scegliere se credere o meno.
Ma chi l’ha vissuto, dice, “lo sa”.
E questa certezza non ha bisogno di conferme esterne.
Il suo desiderio è che le persone possano ascoltare senza giudicare, che ci sia più apertura verso testimonianze come la sua. Non per accettarle ciecamente, ma per considerarle come possibilità.
Perché, anche solo come ipotesi, possono portare conforto.
Alla fine, ciò che resta della sua testimonianza non è tanto la descrizione del tunnel o della luce, ma il messaggio che ne deriva.
Non c’è nulla da temere.
Non perché ci siano prove definitive di ciò che accade dopo la morte, ma perché esistono esperienze che suggeriscono una possibilità diversa: quella di una realtà in cui la paura non ha spazio, e in cui l’amore non è più limitato o condizionato.
Emilia non pretende di avere risposte.
Ma porta con sé una certezza vissuta.
E forse, proprio in questa “semplicità”, sta la forza più grande del suo racconto.
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