Insonnia: perché non riesci a dormire e come interrompere il circolo vizioso della mente
Dormire è uno degli atti più naturali della nostra vita, eppure basta una notte insonne per renderci conto di quanto sia prezioso. Molte persone sperimentano periodi in cui addormentarsi diventa difficile oppure si svegliano nel cuore della notte senza riuscire più a riprendere sonno. Da quel momento inizia una lotta: più si desidera dormire, più il sonno sembra allontanarsi.
Comprendere il meccanismo che si nasconde dietro alle notti insonni è il primo passo per uscirne.
In questo articolo analizzeremo le possibili cause dell’insonnia, capiremo perché la frustrazione peggiora il problema e vedremo come un diverso modo di rapportarsi ai propri pensieri possa favorire il ritorno a un sonno più naturale..
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Contenuti
- Le cause dell’insonnia possono essere più di una
- Anche l’attività mentale ha un ruolo fondamentale
- Siamo sicuri che sia davvero insonnia?
- La frustrazione alimenta il problema
- La mente discorsiva: il vero ostacolo al sonno
- La mente che vuole controllare tutto
- Quando la mente crea il problema… e pretende anche di risolverlo
- Il circolo vizioso dell’insonnia
- Spostare l’attenzione dal pensiero alla percezione
- Entrare nella modalità della presenza
- Quando il sonno non arriva: smettere di combattere è già una soluzione
- Cambiare ambiente significa cambiare energia
- La meditazione come alleata del sonno
- Un modo diverso di guardare il tempo
- Quando si ritorna a letto
- L’insonnia non è un nemico da sconfiggere
- Conclusione
- Guarda il Video – Insonnia e mente che gira? Ecco come spegnere il cervello e ritrovare il sonno
Le cause dell’insonnia possono essere più di una
Quando si parla di insonnia si tende a cercare un’unica causa, quasi fosse un interruttore che si è improvvisamente guastato. In realtà, nella maggior parte dei casi, si tratta dell’effetto di più fattori che agiscono contemporaneamente.
L’alimentazione, ad esempio, può influire sulla qualità del sonno. Alcuni cibi particolarmente pesanti o difficili da digerire possono mantenere il corpo in uno stato di attività proprio quando dovrebbe invece rilassarsi. L’alcool da una parte stordisce ma da un altra eccita e innervosisce. Non significa che un alimento sia nocivo per tutti allo stesso modo: ogni organismo reagisce diversamente. Ciò che disturba una persona potrebbe non creare alcun problema a un’altra.
Anche le abitudini serali hanno il loro peso. Trascorrere le ultime ore della giornata davanti al televisore, al computer o allo smartphone espone gli occhi a una quantità significativa di luce blu. Questa particolare frequenza luminosa comunica al cervello che è ancora giorno, ostacolando la naturale produzione della melatonina, l’ormone che prepara l’organismo al sonno.
Negli ultimi anni molti dispositivi elettronici hanno introdotto una modalità notturna che riduce la componente blu della luce, privilegiando tonalità più calde, tendenti all’arancione. È un piccolo accorgimento che può aiutare, soprattutto se si utilizzano gli schermi fino a tarda sera.
Esistono persino occhiali progettati per filtrare la luce blu, utili soprattutto per chi lavora molte ore davanti agli schermi o vive in ambienti illuminati prevalentemente da luci artificiali.
Naturalmente nessuno di questi elementi rappresenta da solo la causa dell’insonnia. Piuttosto sono concause, piccoli fattori che, sommati tra loro, possono rendere più difficile l’addormentamento.
Anche l’attività mentale ha un ruolo fondamentale
Non è solo ciò che mangiamo o ciò che guardiamo prima di andare a letto a influenzare il sonno.
Se arriviamo alla sera dopo una giornata particolarmente intensa, continuando fino all’ultimo a lavorare, risolvere problemi o prendere decisioni, il cervello potrebbe rimanere in uno stato di attivazione. L’adrenalina non si spegne semplicemente perché ci siamo infilati sotto le coperte.
Molte persone passano direttamente da un’attività frenetica al tentativo di dormire, senza concedersi una vera fase di transizione.
È un po’ come pretendere che un’automobile lanciata a cento chilometri all’ora si fermi istantaneamente.
Il corpo è sdraiato nel letto, ma la mente continua a correre.
Siamo sicuri che sia davvero insonnia?
Esiste poi un aspetto poco considerato: non sempre ciò che percepiamo come insonnia lo è davvero.
Generalmente si ritiene normale dormire tra le sei e le otto ore per notte, anche se alcune persone stanno bene dormendo leggermente meno. Tuttavia siamo abituati a immaginare il sonno come un blocco unico -con tutti le sue fasi cicliche- e continuo.
Questa modalità prende il nome di sonno monofasico.
Esiste però anche il cosiddetto sonno polifasico, nel quale il riposo viene distribuito in più momenti della giornata. È una modalità resa celebre, almeno secondo alcune testimonianze storiche, da personaggi come Leonardo da Vinci, che alternavano brevi periodi di sonno e di attività.
Al di là dei casi estremi, ci sono persone che spontaneamente dormono alcune ore, si svegliano per un certo periodo e poi si riaddormentano più tardi. Se durante il giorno aggiungono anche un breve riposo pomeridiano, il totale delle ore di sonno può risultare comunque sufficiente.
In questi casi, definire la situazione come insonnia potrebbe essere improprio.
Il problema nasce perché il risveglio notturno viene vissuto con preoccupazione.
La persona guarda l’orologio, calcola quante ore mancano alla sveglia e inizia a convincersi che il giorno successivo sarà un disastro.
È proprio questa interpretazione a trasformare un semplice risveglio in un’esperienza di forte disagio.
La frustrazione alimenta il problema
Uno degli aspetti più difficili dell’insonnia non è la mancanza di sonno in sé, ma la frustrazione che essa genera.
Quando desideriamo intensamente addormentarci e non ci riusciamo, nasce una sorta di conflitto interiore.
Cominciamo a pensare:
- “Perché non dormo?”
- “Domani sarò stanchissimo.”
- “Devo assolutamente addormentarmi.”
- “Se continuo così starò male.”
Ogni pensiero aumenta ulteriormente la tensione.
Paradossalmente il desiderio di dormire diventa proprio ciò che impedisce di farlo.
È un meccanismo che molte persone conoscono bene: ci si gira continuamente nel letto, si cambia posizione, si controlla l’orologio e ogni minuto che passa sembra confermare che qualcosa non va.
In realtà, in quel momento, il problema principale non è più il sonno.
È la mente.
La mente discorsiva: il vero ostacolo al sonno
Molte persone sono convinte che il problema dell’insonnia sia semplicemente l’incapacità di dormire. In realtà, spesso il vero problema è un altro: l’incapacità di smettere di pensare.
Chi pratica la meditazione conosce bene questa dinamica. Si potrebbe immaginare che una persona abituata a meditare si addormenti sempre con facilità, ma non è necessariamente così. Anche chi medita può attraversare periodi in cui il sonno tarda ad arrivare o in cui il risveglio notturno si trasforma in un lungo momento di veglia.
La differenza, però, è che la meditazione permette di osservare con maggiore chiarezza ciò che sta accadendo.
Quando non riusciamo a dormire, quasi sempre è entrata in funzione una particolare modalità della mente: quella che potremmo definire la mente discorsiva.
È quella voce interiore che commenta continuamente tutto ciò che accade.
È la mente che organizza, confronta, pianifica, giudica e cerca soluzioni.
È la mente che prepara la lista della spesa, ripercorre la giornata appena trascorsa, immagina quella successiva e costruisce scenari futuri.
Da un certo punto di vista questa funzione è preziosissima. Grazie ad essa organizziamo la nostra vita quotidiana, prendiamo decisioni e risolviamo problemi.
Ma c’è un momento della giornata in cui questa capacità diventa un ostacolo.
Quando arriva il momento di dormire.
La mente che vuole controllare tutto
Possiamo immaginare questa parte della mente come una manager instancabile.
Non vuole lasciare nulla al caso. Controlla ogni dettaglio. Analizza continuamente il passato. Pianifica il futuro. Valuta tutte le possibili conseguenze delle nostre decisioni.
Il problema è che questa modalità mentale non conosce il significato della parola “riposo”.
Se le permettiamo di prendere il comando mentre siamo a letto, continuerà a lavorare. Magari inizierà ricordandoci un impegno del giorno successivo. Poi passerà a un problema lavorativo. Successivamente ricorderà una conversazione avuta settimane prima. Infine inizierà a costruire scenari immaginari su ciò che potrebbe andare storto.
Nel frattempo il corpo è immobile. Ma il cervello è ancora pienamente operativo.
Quando la mente crea il problema… e pretende anche di risolverlo
Qui emerge uno degli aspetti più curiosi dell’insonnia. La stessa mente che impedisce il sonno cerca anche disperatamente di farci addormentare. È un paradosso.
Più pensiamo: “Devo dormire.” Più restiamo svegli. Più ci diciamo: “Adesso basta pensare.” Più i pensieri aumentano.
È un meccanismo molto simile a quello descritto da Albert Einstein quando affermava che non si può risolvere un problema con lo stesso livello di coscienza che lo ha creato.
La mente discorsiva continua a cercare soluzioni. Conta le ore. Calcola quanto tempo manca alla sveglia. Valuta le conseguenze della stanchezza del giorno successivo. Ma ogni tentativo nasce dalla stessa modalità mentale che mantiene acceso il cervello. È come cercare di spegnere un incendio aggiungendo altra legna.
Il circolo vizioso dell’insonnia
A questo punto si crea un vero e proprio circolo vizioso. La sequenza è quasi sempre la stessa. Ci svegliamo. Guardiamo l’orologio. Pensiamo che dovremmo dormire. Ci preoccupiamo. La preoccupazione aumenta l’attivazione del sistema nervoso. L’attivazione rende ancora più difficile addormentarsi. Passano altri minuti. La frustrazione cresce. Aumentano i pensieri. E il sonno si allontana ancora di più.
È un processo che si autoalimenta.
Non è tanto il primo risveglio a creare il problema, quanto tutto ciò che accade dopo.
Spostare l’attenzione dal pensiero alla percezione
Come interrompere questo meccanismo?
Il punto non è combattere i pensieri. Anzi. Più combattiamo la mente, più la rafforziamo. La soluzione consiste invece nello spostare completamente il centro dell’attenzione.
Non più sui pensieri. Ma sulle percezioni. Sul fisico. È un cambiamento apparentemente semplice, ma molto profondo.
Invece di seguire il dialogo mentale, possiamo iniziare a percepire il corpo. Sentire il peso della schiena appoggiata al materasso. Accorgerci del contatto delle lenzuola sulla pelle. Percepire la differenza di temperatura tra le parti del corpo coperte e quelle scoperte. Ascoltare il respiro. Notare i piccoli rumori presenti nella stanza.
Ogni volta che la mente torna a raccontare una storia, non serve arrabbiarsi. È sufficiente accorgersene e riportare dolcemente l’attenzione alle sensazioni.
Ancora. E ancora. Senza fretta. Senza giudicarsi.
Entrare nella modalità della presenza
Questa pratica ricorda molto ciò che avviene durante la meditazione.
L’obiettivo non è svuotare la mente con la forza. Non è bloccare i pensieri. Non è convincersi a dormire.
È semplicemente imparare ad abitare il momento presente. Quando siamo completamente immersi nelle percezioni, la mente perde gradualmente la sua centralità. Non perché venga eliminata.
Ma perché smette di essere alimentata dalla nostra attenzione. Naturalmente non esiste una tecnica infallibile.
Ci saranno notti in cui questo approccio funzionerà rapidamente. Altre in cui richiederà più tempo. E altre ancora in cui sembrerà non funzionare affatto.
Ma ogni volta che riusciamo a interrompere anche solo per qualche istante il flusso incessante dei pensieri, stiamo già modificando il meccanismo che alimenta l’insonnia.
Ed è proprio da questo cambiamento interiore che può nascere un rapporto nuovo con il sonno.
Quando il sonno non arriva: smettere di combattere è già una soluzione
C’è un momento, durante una notte insonne, in cui accade qualcosa di particolare. All’inizio proviamo a rilassarci, cambiamo posizione, chiudiamo gli occhi e speriamo che il sonno arrivi spontaneamente. Poi iniziamo a guardare l’orologio. Passano i minuti, forse un’ora, e cresce una sensazione di impotenza. È proprio in questa fase che molte persone cadono nella trappola più grande: continuare a lottare.
Più ci sforziamo di addormentarci, più la mente rimane attiva. Ogni tentativo diventa un nuovo motivo di frustrazione e il letto, invece di essere associato al riposo, si trasforma quasi in un luogo di battaglia.
Per questo motivo, quando il sonno tarda ad arrivare per un tempo prolungato, può essere utile fare qualcosa che, a prima vista, sembra controintuitivo: alzarsi dal letto (e andare a meditare altrove).
Non come gesto di resa, ma come modo per interrompere il circolo vizioso che si è creato.
Cambiare ambiente significa cambiare energia
Restare nello stesso letto mentre la mente continua a lavorare rischia di rafforzare l’associazione tra quel luogo e l’insonnia.
Cambiare stanza, invece, rappresenta una sorta di “reset”. È come comunicare al cervello che non siamo più impegnati nella lotta per addormentarci.
Anche un gesto semplice, come bere un bicchiere d’acqua o sedersi in un ambiente diverso, può aiutare a spezzare quella continuità mentale che alimenta il problema.
Naturalmente non si tratta di accendere il televisore, mettersi a lavorare o iniziare a scorrere lo smartphone. Sarebbe soltanto un modo diverso per mantenere la mente in attività.
L’obiettivo è un altro. Creare uno spazio di quiete.
La meditazione come alleata del sonno
Una pratica particolarmente efficace, soprattutto per chi ha già una certa familiarità con la meditazione, consiste nel sedersi comodamente in un’altra stanza e meditare per una ventina di minuti.
Un dettaglio è fondamentale: non bisogna meditare con l’obiettivo di addormentarsi.
Può sembrare una sottigliezza, ma fa tutta la differenza.
Se ci sediamo pensando continuamente: “Spero che dopo questa meditazione riuscirò finalmente a dormire”, stiamo semplicemente trasferendo la stessa ansia dal letto al cuscino della meditazione.
La meditazione perde così la sua funzione di consapevolezza.
Diventa un mezzo per ottenere qualcosa, anziché un’esperienza di presenza.
L’invito, invece, è meditare come si farebbe durante il giorno: restando pienamente consapevoli del respiro, del corpo e del momento presente.
Senza aspettative. Senza fretta. Senza cercare di raggiungere uno stato particolare.
Paradossalmente, proprio quando smettiamo di inseguire il sonno, il sonno trova spesso la strada per raggiungerci.
Un modo diverso di guardare il tempo
Molte persone esitano ad alzarsi dal letto perché pensano: “Ho già perso un’ora. Se adesso medito per altri venti minuti dormirò ancora meno.”
È un ragionamento comprensibile, ma forse parte da un presupposto discutibile: che quei venti minuti trascorsi a meditare siano completamente “persi”.
Possiamo provare a guardarli da un’altra prospettiva.
Anche se la meditazione non sostituisce il sonno, rappresenta comunque un momento di profondo rilassamento. È certamente più rigenerante che trascorrere lo stesso tempo rigirandosi nervosamente nel letto, alimentando pensieri e preoccupazioni.
Esistono inoltre diversi studi che suggeriscono come una pratica meditativa costante possa contribuire a ridurre lo stress, migliorare la qualità del riposo e, in alcuni casi, diminuire anche il bisogno soggettivo di sonno.
Al di là delle ricerche scientifiche, ciò che conta è l’esperienza diretta: molte persone riferiscono di sentirsi più riposate dopo una breve meditazione che dopo un’ora trascorsa a combattere con la propria mente.
Quando si ritorna a letto
Dopo aver meditato, si può tornare in camera con uno spirito diverso.
Non con l’urgenza di recuperare il tempo perduto. Non con la paura della mattina successiva. Ma semplicemente con la disponibilità a riposare.
Spesso è proprio in questo momento che il corpo, ormai rilassato, lascia spazio al sonno. Non perché sia stato costretto. Ma perché finalmente non trova più ostacoli.
È importante ricordare che non esistono tecniche miracolose. Ci saranno notti in cui tutto sembrerà funzionare e altre in cui il sonno continuerà a farsi attendere.
Accettare questa possibilità è già parte della soluzione.
L’insonnia non è un nemico da sconfiggere
Forse l’insegnamento più importante è proprio questo: l’insonnia non sempre va combattuta.
Ogni volta che trasformiamo il sonno in un obiettivo da raggiungere a tutti i costi, rischiamo di alimentare quella stessa tensione che lo rende impossibile.
Al contrario, quando impariamo a osservare la mente senza identificarci con ogni pensiero, scopriamo che esiste uno spazio più profondo fatto di semplice presenza.
È lì che il corpo può finalmente rilassarsi. Ed è lì che il sonno, spesso, torna spontaneamente.
Questo non significa ignorare eventuali problemi medici o sottovalutare un’insonnia cronica, che merita sempre un confronto con un professionista. Significa però riconoscere che, in molte situazioni, il vero ostacolo non è il letto, non è la notte e nemmeno il sonno.
È la nostra continua lotta contro ciò che stiamo vivendo.
Conclusione
L’insonnia è un’esperienza che può mettere a dura prova chiunque. Le sue cause sono molteplici: possono riguardare le abitudini quotidiane, l’alimentazione, l’esposizione alla luce artificiale o periodi particolarmente stressanti. Ma, molto spesso, il fattore che mantiene vivo il problema è il modo in cui reagiamo quando il sonno non arriva.
Più desideriamo controllare la situazione, più la mente si attiva. Più pensiamo, meno spazio lasciamo al naturale processo dell’addormentamento.
Imparare a spostare l’attenzione dai pensieri alle percezioni, osservare il corpo senza giudizio e, se necessario, interrompere il circolo vizioso con una breve meditazione, può trasformare completamente il nostro rapporto con le notti difficili.
Non si tratta di trovare una tecnica infallibile, ma di coltivare un atteggiamento diverso: meno basato sul controllo e più fondato sulla presenza.
Come accade per molte delle esperienze più profonde della vita, anche il riposo arriva più facilmente quando impariamo l’arte del lasciare andare.
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