L’osservatore nella meditazione: chi è davvero colui che osserva?
Quando mediti si tende a sviluppare l’attenzione, l’osservazione, prima o poi può comparire una domanda apparentemente semplice: chi è che sta osservando?
Osservi il respiro, i pensieri, le sensazioni del corpo, i rumori intorno a te. Ti accorgi di essere distratto, poi ti accorgi di esserti accorto della distrazione. E a quel punto qualcosa cambia.
Ma chi sta osservando tutto questo? Distrazione inclusa?
La questione dell’osservatore nella meditazione è interessante proprio perché sembra condurci verso una risposta precisa, mentre più la indaghiamo e più diventa sottile definirla. E forse è proprio questo il punto: non cercare immediatamente un’etichetta, ma fare esperienza diretta di ciò che accade.
La meditazione, infatti, può diventare un modo concreto per osservare noi stessi senza dover trasformare ogni esperienza in una teoria..
clicca qui per andare alla versione video (se disponibile) o continua la lettura
L’osservatore la prospettiva di chi medita
Quando si parla di osservatore viene naturale pensare a qualcuno che guarda qualcosa.
Io guardo un albero. Io ascolto un suono. Io sento una sensazione. Io osservo un pensiero.
Sembra tutto molto semplice.
Ma cosa succede quando l’oggetto dell’osservazione sono io stesso?
Se osservo il mio corpo, le mie emozioni, i miei pensieri e persino il modo in cui reagisco a quello che accade, chi è che sta osservando?
Ovvero se come dice il gesuita Anthony De Mello: Se io osservo me, ed io sono “me” chi è che osserva?
È una domanda che può sembrare astratta, quasi filosofica. Eppure può diventare estremamente concreta durante la pratica meditativa.
Per esempio, immagina di essere seduto a meditare e che una mosca cominci a girarti intorno.
All’inizio è semplicemente una mosca.
Poi arriva il pensiero: mi dà fastidio.
Subito dopo magari arriva un altro pensiero: perché proprio adesso?
Poi magari nasce irritazione, tensione, giudizio. E potresti persino cominciare a giudicare il modo in cui stai meditando: se fossi davvero concentrato, questa mosca non mi darebbe fastidio.
Ma se, invece di seguire tutta questa catena, ti accorgi semplicemente di ciò che sta succedendo?
Ecco che compare un’altra possibilità: osservare l’esperienza senza esserne completamente trascinato.
Dove finisce l’io e dove comincia il resto?
La mosca sembra essere qualcosa di esterno. Io sono qui, dentro il mio corpo. La mosca è là fuori.
È una distinzione che facciamo continuamente e che ci sembra talmente naturale da non metterla quasi mai in discussione.
Ma dove comincia veramente questo “io”? La pelle rappresenta davvero un confine assoluto? E i pori? L’aria che entra nel corpo? Il respiro? Le sensazioni che arrivano dall’esterno?
Dove finisce ciò che chiamiamo “me” e dove comincia tutto il resto?
Sono domande che possono diventare molto profonde, ma il rischio è quello di trasformarle immediatamente in una nuova teoria. Ed è proprio qui che la pratica diventa importante.
Perché possiamo leggere moltissimi libri sulla meditazione, sul buddhismo, sulla consapevolezza e sull’esperienza del non sé. Possiamo imparare definizioni, concetti e terminologie.
Ma sapere che il limone è aspro non è la stessa cosa che assaggiarlo.
Il limone e il limite delle parole
Immagina una persona che non abbia mai assaggiato un limone. Qualcuno le dice: “Il limone è aspro”. Un’altra persona arriva e dice: “il limone è dolce”. Chi ha ragione?
Senza aver fatto esperienza, potrebbe iniziare una discussione infinita. Una persona che non ne ha fatto esperienza, potrebbe cercare argomenti per dimostrare che il limone è aspro, l’altra per dimostrare che è dolce.
Potrebbero discutere sulle parole, sulle definizioni, sulle sfumature. Ma basterebbe una cosa molto semplice: assaggiare il limone. L’esperienza cambia completamente la prospettiva.
Lo stesso problema può presentarsi quando cerchiamo di descrivere esperienze profonde legate alla meditazione. Le parole sono utili, ma hanno dei limiti. Soprattutto quando cerchiamo di utilizzare concetti appartenenti al mondo ordinario per descrivere qualcosa che, nella pratica, sembra andare oltre le nostre categorie abituali.
L’osservatore nella meditazione nasce dalla pratica
Ma allora come possiamo capire cosa sia davvero l’osservatore nella meditazione?
Forse il modo più semplice è smettere, almeno per un momento, di cercare una definizione. Siediti. Osserva il respiro. Se arrivano i pensieri, lasciali fare. Accorgiti delle sensazioni. Ascolta i suoni.
E soprattutto osserva quello che succede quando perdi la presenza.
Magari stai seguendo il respiro e improvvisamente ti accorgi che da trenta secondi stai pensando a tutt’altro. Ecco un momento molto interessante. Perché proprio in quell’istante ti sei accorto di essere stato distratto.
Un attimo prima eri completamente dentro il pensiero. Un attimo dopo sai di essere stato dentro quel pensiero.
Quella semplice presa di coscienza può essere già un’esperienza importante dell’osservatore.
Poi magari arriva immediatamente un altro pensiero: non dovevo distrarmi. E torni dentro il giudizio.
Non importa. Anche quell’istante di presenza è prezioso.
Osservare non significa estraniarsi
Potresti pensare che sviluppare l’osservatore significhi allontanarsi dalla vita, diventare distaccati o smettere di provare emozioni. Non è questo.
La presenza non significa vivere meno intensamente. In un certo senso significa l’opposto: vivere più pienamente ciò che sta accadendo.
Pensa a quando mangi un mandarino.
Puoi mangiarlo mentre guardi la televisione, controlli il telefono, pensi a quello che devi fare domani e contemporaneamente rimugini su qualcosa successo ieri.
Oppure puoi mangiarlo e basta. Puoi sentire il profumo, la consistenza, il gusto, la dolcezza, l’acidità.
Sei completamente dentro quell’esperienza. Questa è una differenza fondamentale.
La consapevolezza non consiste nel fuggire dall’esperienza, ma nel testimoniarla senza essere continuamente trascinati via dai pensieri che la accompagnano.
Essere nel mondo senza essere completamente trascinati dal mondo
Questa prospettiva ricorda una suggestione molto potente: essere nel mondo senza essere del mondo.
Non significa smettere di vivere la realtà. Significa poterla vivere con una prospettiva differente.
Immagina una persona trascinata dalla corrente di un fiume.
È completamente immersa nell’acqua. La corrente la spinge, la porta dove vuole, e lei reagisce continuamente a quello che accade. Ora immagina che, contemporaneamente, ci sia una parte della sua esperienza capace di vedere ciò che sta accadendo.
La persona è ancora nel fiume, ma non è più completamente identificata con ogni movimento della corrente.
È una metafora utile per comprendere cosa può accadere nella meditazione.
Pensieri, emozioni, sensazioni e reazioni continuano a esserci. Ma per alcuni momenti puoi smettere di essere completamente identificato con essi.
Chi osserva il pensiero?
Ed eccoci nuovamente alla domanda iniziale.
Se io osservo un pensiero, allora quel pensiero è qualcosa che posso osservare. Se osservo una sensazione, quella sensazione è qualcosa che posso osservare. Se osservo la rabbia, anche la rabbia diventa qualcosa che posso osservare. Ma se osservo me stesso, chi è che osserva?
È proprio qui che il linguaggio comincia a diventare insufficiente.
Perché continuiamo a utilizzare la parola “io”, anche quando stiamo parlando di qualcosa che sembra andare oltre l’idea abituale che abbiamo di noi stessi.
Non è necessario risolvere questa contraddizione con una nuova definizione. Anzi, forse sarebbe proprio un errore.
L’esperienza può essere più interessante della risposta.
Il rapporto tra osservatore e non sé
Questo tema si collega anche a una questione importante del buddhismo: quella del non sé.
Dire che non esiste un sé separato non significa dire che non esistiamo e non significa cadere nel nichilismo. La distinzione è fondamentale.
Il problema nasce quando trasformiamo una comprensione complessa in uno slogan: io non esisto.
Da lì possono nascere interpretazioni completamente sbagliate. L’esperienza concreta è diversa.
Tu esisti, fai esperienza, senti, pensi, agisci. Ma forse ciò che chiami “io” non è quell’entità completamente separata, stabile e indipendente che tendiamo spontaneamente a immaginare.
Ed è una differenza enorme.
La meditazione può permetterti di osservare direttamente questo processo senza doverlo trasformare immediatamente in una teoria filosofica.
L’osservatore e il cambiamento dello stato di coscienza
Quando osservi te stesso durante la meditazione, può sembrare che ci siano due dimensioni.
Da una parte c’è il “Claudio” che vive l’esperienza: si irrita, si distrae, pensa, giudica, si concentra e perde nuovamente la concentrazione. è “trascinato dalla corrente”.
Dall’altra c’è “qualcosa” che osserva tutto questo.
Non necessariamente un’altra persona. Non necessariamente un’entità separata.
Sei sempre tu che fai esperienza. Eppure la prospettiva sembra diversa.
È un po’ come nel sogno. Se sogni di essere una tigre, mentre stai sognando vivi quell’esperienza dal punto di vista della tigre. Poi ti svegli e riconosci: ho sognato di essere una tigre.
Lo stato di coscienza è cambiato: Prima eri una tigre poi eri chi la sognava. Non smetti mai di “essere qualcuno” ma cambia chi sei, anche sai che se sei sempre tu a vivere tutto ciò.
Allo stesso modo, nella meditazione possono comparire momenti in cui non sei più completamente immerso nei contenuti della tua esperienza, ma sei consapevole del loro svolgersi.
Non è necessario che accada per tutta la meditazione. Anzi, aspettarsi una meditazione perfetta può diventare un altro modo per perdersi nei pensieri.
Non cercare di diventare un osservatore perfetto
Uno degli errori più comuni è trasformare anche la meditazione in una prestazione. Devo essere presente. Devo osservare. Devo raggiungere uno stato superiore. Devo smettere di pensare. Ma appena compare questo “devo”, siamo già dentro una nuova identificazione.
La meditazione non richiede di diventare perfetti. Può bastare accorgersi. Ti distrai? Accorgitene. Ti arrabbi? Accorgitene. Giudichi? Accorgitene. Ti accorgi di essere stato distratto? Accorgiti anche di questo.
Quel piccolo momento di consapevolezza può sembrare insignificante, ma è proprio lì che la pratica diventa concreta.
La pace dell’osservatore
Quando smettiamo per un attimo di identificarci completamente con ciò che accade, può comparire una sensazione particolare.
Non necessariamente qualcosa di spettacolare. A volte è semplicemente un piccolo spazio. Uno spazio tra ciò che accade e la nostra reazione. La mosca c’è. Il fastidio c’è. Ma per un istante c’è anche la consapevolezza del fastidio. E quella consapevolezza non è necessariamente arrabbiata. È semplicemente presente.
Quello spazio può essere piccolo, brevissimo. Ma può essere allenato.
Più pratichi, più impari a riconoscere questi momenti. Non significa che diventeranno automaticamente permanenti. Non significa che ogni meditazione sarà profonda.
Significa soltanto che inizi a riconoscere qualcosa che prima magari passava inosservato.
La presenza mentale nella vita quotidiana
E qui la meditazione smette di essere qualcosa che accade soltanto quando sei seduto con gli occhi chiusi.
La vera domanda diventa: come sto vivendo il resto della giornata?
Quando mangi, sei presente?
Quando parli con qualcuno, lo ascolti davvero?
Quando cammini, senti il corpo?
Quando arriva un’emozione, la riconosci oppure vieni immediatamente trascinato dalla sua storia?
Quando qualcuno ti irrita, riesci almeno per un istante a osservare la tua reazione prima di trasformarla in parole e azioni?
È qui che la presenza mentale diventa concreta. Non serve creare condizioni perfette.
Puoi praticare mentre mangi un mandarino, mentre cammini, mentre ascolti una persona o mentre ti accorgi che una mosca ti sta dando fastidio.
La vita quotidiana diventa il campo della pratica.
L’osservatore non ha bisogno di un’etichetta
Forse alla fine la cosa più importante è proprio questa: non avere fretta di definire l’osservatore.
Possiamo chiamarlo consapevolezza. Possiamo parlare di presenza. Possiamo parlare di testimonianza. Possiamo utilizzare concetti provenienti dal buddhismo oppure suggestioni di tradizioni spirituali differenti.
Le parole possono essere utili. Ma rimangono parole. Il rischio è confondere la mappa con il territorio. Per questo è molto più interessante sperimentare.
Durante la prossima meditazione, prova semplicemente a notare quel momento in cui ti accorgi di esserti distratto. Non giudicarlo. Non pensare che sia un fallimento. Osserva quel momento.
Per un istante eri completamente dentro il pensiero. Poi qualcosa si è accorto del pensiero. Eccolo, forse, un piccolo assaggio dell’osservatore nella meditazione.
Non serve trasformarlo in una teoria. Non serve decidere immediatamente cosa significhi. Puoi semplicemente restare lì. Osservare. Essere presente.
E lasciare che sia l’esperienza, poco alla volta, a mostrarti ciò che le parole fanno fatica a spiegare.
Questo è il punto centrale del video di oggi: non cercare una definizione definitiva dell’osservatore, ma sviluppare attraverso la pratica la capacità di essere testimone di ciò che accade, senza essere continuamente trascinato via da pensieri, giudizi ed emozioni.
E forse proprio da qui può iniziare un modo diverso di vivere la meditazione e, soprattutto, di vivere la tua esperienza quotidiana.
Guarda il Video – Chi Osserva i Tuoi Pensieri? Il Mistero dell’Osservatore Interiore
qui trovi il corso base di meditazione vipassana:
www.comemeditare.it/vipassana
qui trovi il corso avanzato di consapevolezza:
www.comemeditare.it/corsoavanzato
qui trovi il corso “meditazione per indaffarati” 7 minuti al giorno per una vita serena e consapevole
www.meditazioneperindaffarati.it
qui trovi il corso “i Segreti dei Mantra”
dalla Meditazione Trascendentale a Ho’oponopono, dai mantra occidentali ai mantra in sanscrito:
www.comemeditare.it/mantra
Sostieni il Blog e fai una donazione
anche un “caffè” o una “pizza” possono esser di aiuto
torna alla Homepage per istruzioni semplici su come meditare:
https://comemeditare.it/

