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Bisogna avere paura (ed evitare) la Luce in fondo al Tunnel?
Bisogna avere paura della luce in fondo al tunnel?
Una delle domande che, ogni tanto, mi vengono rivolte è questa: bisogna avere paura della luce in fondo al tunnel? E, soprattutto, quando una persona muore e si trova davanti a quella luce di cui tante esperienze parlano, deve diffidarne oppure può abbandonarsi a essa con fiducia?
La mia risposta è molto semplice: normalmente non dovremmo avere motivo di avere paura della luce.
Naturalmente, quando parliamo di ciò che accade dopo la morte, dobbiamo essere consapevoli di muoverci in un territorio che non possiamo descrivere con la stessa certezza con cui descriviamo un fenomeno fisico..
Esistono testimonianze, tradizioni spirituali, esperienze di pre-morte e, nel mio caso, anche ciò che posso osservare attraverso le persone che accompagnano il loro percorso nell’ipnosi regressiva. Ma nessuno approccio preseo a se stante possiede una mappa definitiva dell’aldilà.
Eppure c’è un elemento che ritorna con una frequenza impressionante: la luce.
La luce nelle esperienze di pre-morte
In moltissime esperienze di pre-morte, o NDE, la luce viene descritta come qualcosa di straordinariamente bello, accogliente e amorevole.
Le persone che raccontano queste esperienze spesso utilizzano parole come amore, pace, calore, comprensione, accoglienza. È una luce che non sembra avere nulla di minaccioso. Al contrario, viene percepita come qualcosa verso cui si desidera andare spontaneamente. Ma c’è un particolare che preso a se stante potrebbe spaventare: “tu non ci sei” nel senso che non c’è separazione tra luce, amore, e te, tu sei quella luce.
Il problema è che le parole che utilizziamo sono quelle della nostra esperienza quotidiana. Quando cerchiamo di descrivere qualcosa che va oltre la nostra esperienza ordinaria, inevitabilmente siamo costretti a utilizzare metafore.
Qualcuno parla di una luce bianca e intensissima. Qualcun altro parla di una luce dorata. Altri ancora non la descrivono nemmeno come una luce nel senso fisico del termine, ma come una presenza, un’immensa sensazione d’amore o una condizione di unità.
Anche la tradizione tibetana parla della luce
Questa idea non appartiene soltanto alle testimonianze moderne nelle NDE.
Nella tradizione buddhista tibetana troviamo riferimenti alla cosiddetta chiara luce, associata alla realtà ultima delle cose. Il Bardo Thödol, conosciuto in Occidente come Libro tibetano dei morti, descrive il percorso della coscienza attraverso gli stati intermedi successivi alla morte.
Nella prospettiva tibetana, l’incontro con la luce fondamentale non dovrebbe essere interpretato come qualcosa da cui fuggire. È piuttosto un’opportunità di riconoscimento: riconoscere la natura profonda della realtà e, in qualche modo, riconoscere la nostra vera natura che non è “separata” o “duale” come direbbero loro.
C’è una bellissima immagine utilizzata nella tradizione: è come se il figlio riconoscesse la madre.
Immagina un bambino che, dopo essere stato separato dalla madre, improvvisamente la ritrova. Non avrebbe motivo di avere paura. Correrebbe verso di lei, perché riconoscerebbe qualcosa di profondamente familiare.
Ecco, il rapporto con quella luce può essere immaginato proprio così: un praticante di meditazione riconoscerebbe subito la natura di profondo amore e pace che in minima parte viviamo anche in meditazione e non teme di abbracciarla.
Non incontriamo qualcosa che ci è estraneo. Riconosciamo qualcosa che ci appartiene.
Perché allora qualcuno dice di temere la luce?
Esistono interpretazioni molto diverse dell’esperienza della luce. Alcuni autori, tra cui Corrado Malanga, hanno proposto una lettura secondo la quale occorre prestare particolare attenzione alle dinamiche che possono verificarsi dopo la morte, soprattutto rispetto agli attaccamenti, alle proiezioni e alle eventuali entità (anche i tibetani dicono che sono trappole a cui possiamo cadere se non abbiamo una mente serena).
Personalmente, ritengo che in queste riflessioni ci sia un elemento interessante: la paura non dovrebbe essere attribuita necessariamente a qualcosa di esterno.
Il problema, a mio avviso, nasce quando questo discorso viene trasformato in un motivo per avere paura della luce stessa.
Perché se iniziamo a pensare: “Attenzione, quella luce potrebbe essere una trappola”, “Non fidarti”, “Potrebbe esserci qualcosa che vuole ingannarti”, rischiamo di fare esattamente il contrario di quello che ci aiuterebbe ad affrontare serenamente un’esperienza del genere.
Alimentiamo la paura.
E la paura, quando diventa il centro della nostra esperienza, può condizionare profondamente ciò che percepiamo.
Non sto dicendo che dobbiamo credere ciecamente a una particolare interpretazione dell’aldilà. Sto dicendo qualcosa di molto più semplice: non vedo alcun vantaggio nel coltivare la paura.
Il vero problema sono i nostri attaccamenti
Se vogliamo prendere sul serio l’idea che i nostri stati interiori possano influenzare ciò che sperimentiamo, allora dobbiamo guardare prima di tutto dentro di noi.
Paure, desideri, sensi di colpa, attaccamenti, aspettative e immagini mentali possono diventare delle vere e proprie lenti attraverso cui interpretiamo la realtà.
Questo vale già durante la vita.
Pensate a quanto cambia una stessa situazione quando siamo tranquilli rispetto a quando siamo terrorizzati. Una stanza può sembrarci completamente normale quando siamo sereni e diventare inquietante quando siamo in preda all’ansia.
La realtà esterna, almeno apparentemente, non è cambiata.
È cambiato il nostro stato interiore.
Per questo, se esiste una dimensione dell’esperienza successiva alla morte nella quale la coscienza continua ad avere un ruolo, è ragionevole interrogarsi proprio su questo: quanto delle immagini che incontriamo dipende da ciò che portiamo dentro di noi?
Ecco perché, invece di preoccuparci di eventuali “nemici esterni”, sarebbe molto più utile lavorare sulle nostre paure.
La paura alimenta la paura
C’è un meccanismo molto semplice che possiamo osservare anche nella nostra vita quotidiana: quando abbiamo paura di qualcosa, iniziamo a cercare conferme della nostra paura.
Se entro in una stanza convinto che ci sia qualcosa di pericoloso, ogni rumore diventa un possibile segnale. Ogni ombra acquista un significato. Ogni sensazione corporea sembra confermare che sta succedendo qualcosa.
La paura crea un filtro.
E quel filtro può diventare sempre più potente.
Per questo ritengo importante non presentare l’aldilà come un territorio pieno di minacce, trappole e pericoli da cui dobbiamo difenderci continuamente.
Una narrazione di questo tipo rischia di produrre proprio ciò che dice di voler evitare.
Più abbiamo paura, più la paura occupa spazio dentro di noi.
E se davvero esiste una relazione tra il nostro stato di coscienza e ciò che sperimentiamo, allora coltivare la paura potrebbe essere la cosa meno utile che possiamo fare.
E se incontrassimo qualcosa che ci spaventa?
Questo non significa che dobbiamo negare ogni possibile esperienza negativa.
Se una persona racconta di aver vissuto un’esperienza inquietante, non credo sia corretto liquidarla semplicemente dicendo che “non è successo niente”.
Ma anche in questo caso possiamo cambiare prospettiva.
Invece di pensare immediatamente a un’entità esterna che vuole farci del male, possiamo domandarci: che cosa sta emergendo dentro di me?
È una paura?
Un senso di colpa?
Un attaccamento?
Un ricordo?
Un desiderio?
Una proiezione?
Una parte di noi che non abbiamo ancora compreso?
Anche qualora volessimo prendere in considerazione l’ipotesi di entità esterne alla nostra coscienza, rimarrebbe comunque un elemento fondamentale: la nostra reazione.
La paura può diventare il loro nutrimento. Se qualcosa ci spaventa, gli concediamo energia attraverso la nostra attenzione.
Se invece rimaniamo presenti, lucidi e fiduciosi, quella stessa esperienza potrebbe perdere gran parte del suo potere su di noi.
La fiducia non significa credere ciecamente
A questo punto qualcuno potrebbe obiettare: “Ma allora dobbiamo avere fede”.
Sì, ma bisogna capire bene che cosa intendiamo per fede.
Non sto parlando della fede intesa come obbedienza a qualcuno che pretende di possedere la verità sull’aldilà.
Non significa che dobbiamo accettare senza domande quello che ci viene detto da una religione, da un maestro o da un’autorità spirituale.
La fede di cui parlo è soprattutto un’attitudine interiore.
È la capacità di lasciare andare, almeno per un momento, quella mente continuamente dubbiosa, analitica, concettuale e sospettosa che utilizziamo quotidianamente.
La nostra mente vuole classificare tutto.
Vuole sapere: “Che cos’è?”, “Da dove viene?”, “È pericoloso?”, “Cosa devo fare?”, “Posso fidarmi?”.
Ma forse ci sono esperienze nelle quali questo atteggiamento non ci aiuta.
Forse, davanti alla luce, ciò che serve non è comprendere con la mente, ma riconoscere con il cuore.
A cosa possiamo affidarci?
Se per qualcuno è difficile immaginare di affidarsi semplicemente a una luce, può essere utile ricorrere a un’immagine familiare.
Una persona profondamente cristiana potrebbe immaginare Gesù Cristo o la Madonna.
Una persona buddhista potrebbe rivolgersi interiormente al Buddha o ad Avalokiteśvara.
Altri potrebbero avere un’altra figura spirituale, un maestro, una persona amata o semplicemente un’immagine universale dell’amore.
Non è necessario interpretare questa figura come qualcosa di letteralmente esterno.
Può essere una forma attraverso cui riconoscere un’energia che abbiamo già incontrato dentro di noi.
Se durante la vita abbiamo associato una determinata figura all’amore, alla compassione, alla protezione e alla luce, quella figura può diventare un punto di riferimento nel momento in cui ci troviamo davanti a qualcosa che non conosciamo.
È un linguaggio che la nostra coscienza comprende.
E forse è proprio questo il suo valore.
Amore e luce
Alla fine, il messaggio fondamentale è molto semplice: amore e luce possono essere considerati due modi diversi di parlare della stessa esperienza.
Quando parliamo della luce in fondo al tunnel, non dobbiamo necessariamente immaginare un oggetto luminoso che si trova fisicamente davanti a noi.
Potremmo parlare di una condizione di coscienza nella quale viene meno la separazione.
Non ci sei più “tu” da una parte e “la luce” dall’altra. Non c’è più “io” e “qualcosa che incontro”. C’è un’esperienza di unità.
Ed è proprio questo che rende così difficile descriverla. e forse è anche questo che può spaventare. l’idea di non essere più “se stessi” (ahimè almeno per un po) ma luce e amore.
Le parole funzionano attraverso le separazioni: io, tu, dentro, fuori, prima, dopo, qui, là.
Ma se l’esperienza fondamentale è proprio quella della fine della separazione, allora ogni descrizione rischia di essere inadeguata.
Più tentiamo di trasformarla in concetti, più ci allontaniamo dall’esperienza stessa.
Non portiamo la paura con noi
Forse allora la domanda più importante non è: “Devo avere paura della luce?”
La domanda potrebbe essere:
“Che cosa posso fare oggi per avere meno paura?”
Perché se c’è qualcosa che possiamo imparare da queste tradizioni e da queste testimonianze, è che la preparazione alla morte non consiste necessariamente nel conoscere in anticipo ogni dettaglio di ciò che accadrà.
Potrebbe consistere soprattutto nel lavorare su noi stessi. Meditare, meditare e meditare.
Lasciare andare gli attaccamenti. meditare.
Ridurre la paura. meditare
Imparare a perdonare. meditare
Coltivare l’amore. meditare
Imparare a fidarci (almeno del nostro intuito). meditare
E soprattutto riconoscere quella dimensione di amore che, secondo molte tradizioni spirituali, non è qualcosa che dobbiamo trovare fuori di noi, perché è già presente dentro di noi.
La luce non è qualcosa da cui fuggire
Per questo, se un giorno dovessimo trovarci davanti a quella luce, il mio invito sarebbe molto semplice:
non avere paura.
Non sappiamo esattamente che cosa incontreremo e come reagiremo. Nessuno può dirlo con assoluta certezza.
Ma possiamo scegliere quale atteggiamento portare con noi.
Possiamo portare il sospetto oppure la fiducia.
Possiamo portare la paura oppure l’amore.
Possiamo cercare continuamente una minaccia oppure lasciarci andare a ciò che sentiamo come profondamente familiare.
E forse la luce non è qualcosa che viene verso di noi dall’esterno.
Forse è qualcosa che abbiamo sempre avuto dentro e che, in quel momento, finalmente riconosciamo.
Come un figlio che riconosce la madre.
Come qualcuno che, dopo un lungo viaggio, finalmente torna a casa.
E allora forse quella luce non è la fine di qualcosa.
È il riconoscimento di ciò che siamo veramente.
Per questo non temere la luce in fondo al tunnel.
Affidati all’amore.
Perché, se davvero amore e luce sono la stessa realtà, allora non c’è nulla da combattere e nulla da cui fuggire.
C’è soltanto qualcosa da riconoscere.
E forse, proprio quando smettiamo di avere paura, possiamo finalmente abbracciarlo.
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