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Basso Astrale: cos'è davvero e perché non dovresti averne paura
Il “basso piano astrale” è uno degli argomenti più temuti da chi si interessa di spiritualità, esperienze di premorte (NDE) e vita oltre la morte. Basta pronunciare queste parole per evocare immagini di oscurità, anime perdute, entità negative e luoghi di sofferenza.
Ma è davvero così?
Il rischio è interpretare questi insegnamenti in modo troppo letterale, immaginando il basso astrale come un luogo fisico popolato da esseri malvagi pronti a trascinarci nell’oscurità.
Se ci ragioniamo potremmo scoprire una realtà molto diversa. Se osserviamo gli insegnamenti del buddhismo, le testimonianze delle esperienze di premorte e perfino la psicologia di Carl Gustav Jung, emerge un quadro sorprendentemente coerente: il basso astrale sembra prima di tutto uno stato della coscienza, alimentato dalle nostre emozioni e dal nostro modo di percepire la realtà.
Comprendere questo cambia completamente prospettiva..
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Uno dei primi errori che commettiamo quando immaginiamo l’aldilà consiste nel pensarlo come un posto fisico.
Siamo abituati a vivere in un corpo materiale, quindi tendiamo a immaginare il paradiso, l’inferno o i vari piani astrali come luoghi nello spazio.
Molte tradizioni spirituali -e aggiungerei a logica- suggeriscono invece qualcosa di molto diverso.
Dopo la morte il corpo fisico non c’è più. Ciò che rimane è la coscienza, con il suo bagaglio di pensieri, convinzioni, emozioni e stati interiori.
In questa prospettiva non ci si sposta “camminando” da un luogo all’altro. È il proprio stato interiore a determinare l’esperienza vissuta. Le emozioni coi pensieri diventano quindi la vera bussola che orienta la coscienza.
L’amore, la fiducia e la pace conducono naturalmente verso esperienze luminose.
La paura, la rabbia, il rancore e l’attaccamento possono invece mantenere la coscienza in stati più densi e sofferenti.
Esiste un meccanismo psicologico che conosciamo molto bene anche durante la vita terrena. Pensiamo agli attacchi di panico.
Più una persona teme che possano arrivare, più resta in uno stato di allerta. Ogni piccolo sintomo diventa una conferma della propria paura. La paura genera altra paura.
Lo stesso principio sembra applicarsi anche agli stati di coscienza descritti nelle tradizioni spirituali.
Se l’intera attenzione è concentrata sul rifiuto di ciò che si prova, l’emozione tende a rafforzarsi. È un paradosso. Più vogliamo scappare da un’emozione, più le diamo energia.
Vale per la paura. Vale per la rabbia. Vale per il rancore. Vale perfino per l’ansia.
Una celebre storia zen illustra perfettamente questo concetto.
Un samurai chiese a un monaco di spiegargli cosa fossero il paradiso e l’inferno.
Il monaco iniziò a insultarlo dandogli del bifoclo ignorante non in grado di comprendere.
Il guerriero, accecato dalla rabbia, estrasse la spada per ucciderlo. In quel preciso istante il monaco disse: “Questo è l’inferno.”
Il samurai comprese improvvisamente l’insegnamento.
Lasciò cadere la rabbia, si inginocchiò e provò profonda gratitudine. Il monaco sorrise. “Questo è il paradiso.”
L’inferno e il paradiso non sono luoghi. Sono stati interiori.
Una delle descrizioni più puntuali sui vari piani dell’esistenza proviene dal buddhismo.
Secondo questa tradizione esistono sei grandi reami dell’esistenza.
Due sono considerati superiori. Due appartengono alla dimensione della vita terrestre. Due rappresentano invece stati inferiori della coscienza.
Questi ultimi sono spesso associati a ciò che molti chiamano basso astrale.
Non sono punizioni inflitte da un Dio. Sono piuttosto la naturale conseguenza delle vibrazioni emotive e mentali della coscienza. Le emozioni non vengono giudicate da un essere superiore. Semplicemente producono una determinata esperienza.
Il primo dei due reami inferiori ricorda ciò che molte religioni definiscono inferno.
Non necessariamente un luogo di fiamme eterne. Piuttosto una condizione nella quale la sofferenza viene continuamente alimentata dalle stesse emozioni che la producono, che mentre la viviamo potrebbe apparirci in effetti senza fine.
L’odio genera altro odio. La rabbia alimenta altra rabbia. L’avversione crea nuova avversione. È un circolo vizioso.
Un po’ come accade quando rimuginiamo continuamente su un torto subito (o inflitto).
Più ci pensiamo, più soffriamo. Più soffriamo, più ci pensiamo.
L’altro stato inferiore è quello degli esseri famelici, chiamati nella tradizione buddhista “preta”.
Sono esseri dominati dalla brama e dalla fame. Non riescono mai a sentirsi soddisfatti.
Desiderano continuamente qualcosa che non riescono ad ottenere.
Molte culture hanno rappresentato simbolicamente questa condizione attraverso figure come vampiri o fantasmi. Naturalmente non è necessario interpretare queste immagini in senso letterale.
Possono rappresentare stati psicologici profondi. Pensiamo a chi vive nell’ossessione del possesso. La fame interiore diventa infinita.
Questo è uno degli argomenti più delicati da comprendere.
Secondo alcune correnti esoteriche esisterebbero entità che si alimentano delle emozioni negative degli esseri umani. Molti trovano questa idea estremamente inquietante.
Tuttavia, anche ammesso che tali entità esistano, il punto fondamentale resta un altro (e diventa meno inquietante).
Se noi non alimentiamo quelle emozioni, esse perdono qualunque potere su di noi. Ovvero se non nutro odio, nessuno se ne può nutrire. Almeno per me nessuna entità che si nutre di odio esiste fintanto che non provo quella emozione.
È un principio importante.
Spostare tutta la responsabilità all’esterno non aiuta. Dire “qualcuno mi sta rubando energia” rischia di renderci vittime passive e provare una paura che a sua volta e fonte di nutrimento potenziale.
Molto più utile è chiederci: “Cosa sto nutrendo dentro di me?”
La risposta potrebbe cambiare completamente la nostra vita.
Questa visione non vuole colpevolizzare nessuno. Vuole responsabilizzare.
Le emozioni fanno parte dell’esperienza umana. Tutti proviamo paura. Tutti ci arrabbiamo. Tutti attraversiamo momenti bui.
Il punto non è eliminarli. Il punto è imparare a riconoscerli senza identificarci completamente con essi. Tutto passa!
Quando comprendiamo il funzionamento della mente, iniziamo lentamente a liberarci dalle sue trappole.
La maggior parte delle NDE descrive esperienze profondamente positive. Luce. Amore. Accoglienza. Pace.
Solo una piccola percentuale racconta esperienze inizialmente oscure. Ma anche queste, nella maggior parte dei casi, cambiano rapidamente.
Molti testimoni raccontano che il passaggio verso esperienze luminose avviene proprio quando smettono di resistere.
Quando chiedono aiuto. Quando si affidano. Quando aprono il cuore.
Questo elemento compare sorprendentemente spesso nei rari casi di NDE negative.
Un esempio significativo è quello di Eben Alexander, neurochirurgo che ha raccontato la propria esperienza di premorte.
All’inizio descrive una condizione oscura, limitata, quasi soffocante. La definisce la “prospettiva del verme”.
Successivamente qualcosa cambia. Compare una musica. Una musica che è anche una luce.. Ci si infila dentro e..
Infine un’immensa esperienza di bellezza, amore e libertà. Il cambiamento non avviene attraverso uno sforzo mentale.
Avviene attraverso un’apertura della coscienza.
Anche Carl Gustav Jung offre una chiave di lettura molto interessante. Secondo Jung le ombre rappresentano parti inconsce di noi stessi.
Ciò che rifiutiamo. Ciò che reprimiamo. Ciò che non vogliamo vedere. Quando queste parti vengono integrate, perdono il loro potere.
In quest’ottica il basso astrale potrebbe essere letto simbolicamente come il confronto con le nostre stesse ombre.
Non qualcosa da combattere. Qualcosa da comprendere.
Molti credono che meditare significhi eliminare ogni emozione negativa. Non è così.
La meditazione non serve a diventare perfetti. Serve a osservare. Durante la pratica scopriamo che la paura arriva. Poi passa. La rabbia arriva. Poi passa. L’ansia arriva. Poi passa.
Questa semplice osservazione modifica radicalmente il nostro rapporto con le emozioni.
Non siamo più schiavi di ogni stato mentale. Diventiamo testimoni.
E questa capacità potrebbe rivelarsi preziosa non solo durante la vita, ma anche oltre la morte.
Molte tradizioni spirituali insistono su un concetto fondamentale: l’abbandono. Non significa rassegnazione. Non significa passività.
Significa smettere di combattere contro ogni esperienza. Quando l’ego vuole controllare tutto, genera tensione.
Quando invece ci affidiamo a qualcosa di più grande – che lo si chiami Dio, Amore, Coscienza universale o semplicemente Vita – la sofferenza perde gran parte della sua forza.
L’apertura del cuore diventa il vero movimento liberatorio.
Forse questa è la notizia più rassicurante. Qualunque stato della coscienza è temporaneo. Anche il più doloroso.
Così come sulla Terra nessuna emozione dura per sempre, molte tradizioni suggeriscono che anche nell’aldilà ogni stato evolva continuamente.
Nulla rimane immobile. La coscienza è dinamica. Può crescere. Può trasformarsi. Può guarire.
Questo significa che persino un eventuale passaggio attraverso stati oscuri non rappresenta una condanna eterna.
È un processo. E ogni processo può evolvere.
Quando si parla di basso piano astrale è facile lasciarsi trascinare da immagini inquietanti e racconti sensazionalistici. Tuttavia, gli insegnamenti spirituali più profondi invitano a una lettura diversa: ciò che chiamiamo “basso astrale” apparirebbe, prima di tutto, un riflesso del nostro mondo interiore.
Paura, rabbia, rancore e attaccamento non sarebbero tanto forze esterne che ci imprigionano, quanto stati della coscienza che possono condizionare la nostra esperienza, sia durante la vita sia, secondo molte tradizioni, oltre la morte.
La buona notizia è che non siamo impotenti. Ogni gesto di amore, ogni atto di compassione, ogni momento di presenza e ogni pratica che ci aiuta a osservare le emozioni senza esserne travolti rappresentano un passo verso una maggiore libertà interiore.
In fondo, il vero messaggio non è quello di temere il basso astrale, ma di comprendere come funziona la nostra mente. Perché ogni volta che scegliamo la fiducia invece della paura, il perdono invece del rancore e l’apertura invece della chiusura, stiamo già trasformando la nostra coscienza.
E forse è proprio questa trasformazione, più che un luogo da raggiungere o da evitare, a rappresentare il viaggio spirituale più importante di tutti. Non si tratta di temere “luoghi brutti” ma di avere la fiducia di poterli attraversare: l’amore, il perdono, la fiducia ci sono di grande aiuto.
anche un “caffè” o una “pizza” possono esser di aiuto
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