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Savitri e la Sconfitta della Morte
Oggi vediamo come sconfiggere la morte, ovvero come riuscire ad andare oltre la morte stessa. Normalmente ci approcciamo ad essa con paura; qui invece vedremo come, attraverso la bellissima storia della fanciulla indiana Savitri, si riesca a vincere la morte non cedendo al timore, ma attraverso il potere dell’amore.
I messaggi contenuti in questo racconto sono estremamente sottili e suggestivi. Vi lascio alla visione del video e subito dopo lo commentiamo insieme..
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Contenuti
Le storie hanno il potere straordinario di bypassare ogni barriera della mente per arrivare direttamente al cuore, giungendo laddove le spiegazioni razionali si infrangerebbero contro le mura dei pregiudizi e della pretesa di voler comprendere tutto a tutti i costi.
Sono quasi tentato di non commentare il video che hai appena visto, lasciando che la storia sedimenti dentro di te; anzi, se senti questo bisogno, puoi sempre tornare a questo commento in un secondo momento. Ma se invece hai voglia di approfondire, possiamo cogliere insieme qualche suggestione e qualche spunto su cui riflettere.
Innanzitutto: perché la paura ci fa morire? Che cos’è che ha davvero paura? Non è il nostro Vero Sé a temerla, ma il corpo che stiamo abitando. È il corpo che teme la fine. Ma il nostro Vero Sé non è soltanto un corpo: è molto, molto di più. Inoltre, è la paura stessa a essere mortale. La paura ci impedisce di vivere: trascorrere l’esistenza nel timore significa, in un certo senso, essere già morti.
L’amore, al contrario, è vita. L’amore è una forza trasformatrice che permette di vincere su ogni cosa: con l’amore non c’è battaglia. Mentre la paura crea barriere che mettono gli uni contro gli altri — noi contro loro, io contro di te —, nell’amore si accoglie tutto e tutti. Questo spiazza ogni cosa, proprio come spiazza il Signore della Morte: egli viene amato da Savitri, nonostante non fosse abituato ad essere amato.
Ma lei ama la vita, e può amarla davvero solo dopo aver attraversato il bosco, parlato con il saggio e compreso che la morte non esiste realmente.
Anche questa storia — proprio come la parabola della torre con la scimmia imprigionata — mostra chiaramente che inferno e paradiso non sono altro che trappole della mente. È proprio la nostra mente a proiettarci nell’inferno o nel paradiso con la stessa identica facilità. Tuttavia, la porta è sempre spalancata: si può sempre uscire sia dall’uno che dall’altro. Questo perché, secondo le filosofie orientali, la vera libertà consiste nell’uscire dal ciclo delle rinascite (il Samsara).
C’è un’altra celebre storia Zen che racconta una cosa analoga: quella del samurai che voleva comprendere cosa fossero l’inferno e il paradiso. Il samurai si reca da un monaco in meditazione, ma il monaco lo provoca dicendo: “Ma cosa vuoi capire tu? Sei solo un caprone barbuto, puzzi e non capisci niente!”.
Il samurai si adira enormemente, diventa paonazzo per la rabbia e sguaina la spada, pronto a mozzare la testa al monaco. In quel preciso istante il monaco lo guarda e dice tranquillamente: “Ecco, questo è l’inferno”.
A quelle parole, il samurai comprende il gesto profondo del monaco, che ha rischiato la vita per fargli realizzare concretamente che l’inferno è uno stato della mente. Vinto dalla commozione e dalla gratitudine, il samurai rinfodera la spada e si inginocchia. A quel punto il monaco sorride e dice: “Ecco, questo è il paradiso”.
In tutte queste storie capiamo che, in assenza di un corpo fisico, tutto ciò che sperimentiamo nell’aldilà ha natura mentale ed emotiva.
Non ci sarà una mente concettuale o analitica ma ci sarà comunque una mente pura: saranno i nostri stessi pensieri e la nostra frequenza emotiva a collocarci in uno stato anziché in un altro. Ma la via d’uscita è sempre aperta.
Passiamo ora a un altro punto fondamentale: la dimensione dell’“Io Sono”, la dimensione pura dell’essere.
Noi sappiamo di esistere. Se di notte sogniamo di essere una tigre, in quel momento viviamo pienamente l’esperienza della tigre; quando ci svegliamo, però, la consapevolezza di essere rimane intatta: siamo colui che ha sognato di essere una tigre. L’ “Io Sono” rimane un’esperienza costante: ciò che cambia è soltanto il contenuto dell’esperienza (cosa siamo di volta in volta). Questa dimensione pura dell’essere è eterna e non può essere scalzata da nulla.
Solo quando ci identifichiamo con i pensieri, con le illusioni o con le nostre convinzioni ci inganniamo, finendo per smarrire la vera essenza delle cose: la Pura Presenza.
L’esempio classico è quello della pozzanghera che riflette il sole: se l’acqua viene agitata, il riflesso scomposto scompare, ma il sole continua a risplendere nel cielo. Quando l’acqua torna calma, riprende a riflettere la luce. Lo stesso accade con noi in meditazione: placando la mente, torniamo a riflettere la nostra vera essenza luminosa.
In meditazione cerchiamo proprio questo: una dimensione di pura presenza, superando quel mondo di illusioni che attraverso i pensieri ci proietta nel domani (che ancora non esiste) o nel passato. Che cos’è l’Adesso se non l’ “Io Sono”? Quando ci perdiamo nei pensieri — che altro non sono se non proiezioni e fantasie —, finiamo per credere a futuri ipotetici o per piangere sul bagnato, dimenticandoci dell’unica dimensione reale: il momento presente.
Questo Adesso non muore mai. Può morire la tigre nel sogno, può morire la persona che ha sognato la tigre, può morire questo corpo fisico; ma la nostra essenza continuerà sempre a essere. Un giorno anche l’ego — l’illusione di essere separati dal tutto — svanirà, ma l’Essere in sé non morirà mai.
Un altro elemento interessante della storia riguarda i tre fantasmi che la protagonista incontra. Chi sono questi fantasmi? Sono forme del suo stesso passato: modi di essere che non esistono più. Quando aveva due anni pensava in un modo, a dodici in un altro, da adolescente in un altro ancora.
In questa stessa vita noi cambiamo continuamente: persino le nostre cellule muoiono e si rigenerano in continuazione. Quindi, in un certo senso, moriamo e rinasciamo ogni giorno. Ricordare chi eravamo è come incontrare i fantasmi di modi di stare al mondo che oggi non esistono più.
C’è poi un secondo aspetto più sottile: cosa sono i fantasmi se non forme di pensiero ed energie mnemoniche? Persino una figura come Babbo Natale ha una sua vitalità, perché attorno ad essa si muovono enormi energie di pensiero capaci di smuovere azioni e materia. I fantasmi non sono che forme-pensiero che rimangono vive finché noi continuiamo ad alimentarle con i nostri pensieri.
Torniamo infine all’amore che tutto accoglie: l’amore per la vita vista da una prospettiva del tutto nuova. Se prima la protagonista temeva la morte, ora celebra l’Essere — l’ “Io Sono” —, cioè quella vita eterna che oggi si manifesta in questo corpo e domani in un’altra dimensione.
Abbracciare questa prospettiva ci libera dal timore della morte, al punto da poterla persino amare (è parte della vita stessa, anzi le da valore). E nel momento in cui non abbiamo più paura né di vivere né di morire, ci permettiamo finalmente di vivere la vita fino in fondo.
Ed è proprio questo ciò che compie Savitri: giunge ad amare persino la morte e, con questo amore, la convince a concederle “un secondo in più”.
Nelle tradizioni orientali gli esseri divini vivono infatti in una dimensione temporale diversa, dove un singolo secondo equivale a un’intera vita umana. Così la nostra eroina non solo supera la paura, ma ottiene di poter vivere pienamente la sua esistenza terrena a fianco del suo amato.
Ecco l’insegnamento fondamentale: amare la vita per ciò che è, con i suoi alti e i suoi bassi. Ciò che nasce è destinato a finire, mentre ciò che non è mai nato non morirà mai. Guardare l’esistenza da questa prospettiva ci fa comprendere che la vita è un dono prezioso da vivere senza il terrore di perdere nulla. È proprio il superamento della paura che ci permette di essere pienamente vivi.
Ecco quanti insegnamenti si nascondono dietro questa storia! Tu potresti averne colti anche altri, e questo è il bello. Se ti va di condividere il tuo pensiero, lascia pure un commento qui sotto.
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