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dopo la morte è come un anestesia? click e buio totale?
C’è chi sostiene che l’aldilà è come un’anestesia totale.. Un attimo prima ci sei, un attimo dopo il vuoto assoluto e stop.
Semplice, definitivo, fine dei giochi. Molti la pensano così, soprattutto chi guarda tutto con gli occhi della scienza e della materia.
Ma riflettiamoci un attimo insieme a me: e se la morte, proprio come un’anestesia, non fosse un interruttore che si spegne di colpo, ma un vero e proprio processo a tappe?
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Quando immaginiamo la morte, spesso la rappresentiamo come un interruttore: prima siamo vivi, poi improvvisamente non lo siamo più. Da una parte la luce, dall’altra il buio assoluto.
Ma la nostra esperienza quotidiana della coscienza suggerisce che le cose potrebbero essere molto più graduali.
Un esempio particolarmente evidente è l’anestesia. Chi l’ha sperimentata può avere la sensazione che tutto accada in maniera istantanea: un momento si è coscienti e quello successivo ci si risveglia senza alcuna percezione del tempo trascorso.
In realtà, però, l’anestesia non è necessariamente un semplice passaggio “luce-buio”. Esistono differenti fasi: può esserci una pre-anestesia, una progressiva perdita della vigilanza, un’anestesia più profonda e infine un risveglio che può essere altrettanto graduale.
Anche il vissuto personale può variare. In alcuni casi la sensazione è quella di una brusca interruzione della coscienza; in altri l’ingresso e l’uscita dall’anestesia possono essere più lenti, accompagnati da sensazioni e percezioni particolari.
Questo non dimostra che la morte sia uguale all’anestesia. Sono fenomeni differenti. Ma introduce una considerazione importante: la coscienza può attraversare diversi stati e non sempre il passaggio dall’uno all’altro è netto.
Ed è proprio da questa osservazione che possiamo avvicinarci alla concezione tibetana del Bardo.
Nella tradizione tibetana il termine Bardo indica, in senso generale, un intervallo o uno stato di transizione. Il Libro tibetano dei morti, conosciuto anche attraverso la tradizione del Bardo, descrive diversi stati attraverso i quali la coscienza può passare.
Non esisterebbe quindi un unico Bardo, ma una serie di condizioni differenti.
Anche la vita ordinaria può essere considerata uno stato di coscienza. Alcune interpretazioni distinguono ulteriormente la veglia, il sonno e la meditazione.
Poi ci sono i Bardo legati al processo della morte e a ciò che, secondo questa tradizione, avviene dopo la morte.
Questa prospettiva è interessante perché presenta la morte non come una porta che improvvisamente si chiude, ma come un percorso attraverso differenti trasformazioni della coscienza.
E, soprattutto, stabilisce dei paralleli con esperienze che possiamo conoscere direttamente durante la nostra vita.
Uno dei confronti più suggestivi riguarda il processo dell’addormentamento.
Ogni notte attraversiamo una fase nella quale progressivamente perdiamo il contatto con la realtà ordinaria. Il corpo si rilassa, l’attenzione cambia, i pensieri diventano meno lineari e la percezione del mondo esterno si attenua.
Questa fase viene chiamata comunemente fase ipnagogica.
Al risveglio avviene il processo opposto, associato alla fase ipnopompica: la coscienza ritorna progressivamente verso lo stato ordinario di veglia.
Secondo la prospettiva proposta dalla tradizione tibetana, il processo del morire può essere paragonato proprio a questo graduale abbandono dello stato abituale.
Non si tratterebbe necessariamente di un semplice “spegnimento”, ma di una progressiva trasformazione.
Il paragone è particolarmente interessante perché il sonno è un’esperienza che tutti conosciamo. Ogni notte lasciamo, almeno temporaneamente, il nostro abituale senso di identità, il nostro controllo sul corpo e il rapporto ordinario con l’ambiente.
Eppure, quando ci addormentiamo, non pensiamo necessariamente che stiamo “morendo”.
Semplicemente attraversiamo un cambiamento di stato.
La parte più difficile da comprendere e descrivere riguarda quello che nella tradizione tibetana viene associato al Bardo luminoso della Dharmata.
Qui il linguaggio diventa inevitabilmente paradossale.
L’esperienza viene descritta come un contatto con la luce, ma non come una luce semplicemente osservata da qualcuno. L’individuo, inteso come identità separata, sembra perdere i propri confini.
Non ci sarebbe più un “io” che guarda qualcosa.
Ci sarebbe, piuttosto, l’esperienza stessa.
Questa distinzione è fondamentale. Dire “io vedo la luce” presuppone che esistano due elementi: un osservatore e qualcosa che viene osservato. Nella prospettiva descritta, invece, questa separazione verrebbe meno.
Non sei una persona davanti alla luce.
Sei la luce.
È difficile persino utilizzare correttamente le parole, perché il linguaggio funziona attraverso definizioni e distinzioni. Quando definiamo qualcosa, ne tracciamo un confine: diciamo che quella cosa è “questa” e non è “quell’altra”.
Ma come si può definire qualcosa che, per sua natura, viene descritto come sconfinato?
Secondo la tradizione tibetana, il Bardo luminoso avrebbe una corrispondenza con il sonno profondo.
Anche questa è una fase che attraversiamo ogni notte, e più volte nel corso della stessa notte.
Normalmente non ne siamo consapevoli. Passiamo attraverso il sonno profondo senza conservare un ricordo dettagliato dell’esperienza.
Ma la tradizione contemplativa tibetana sostiene che, attraverso una pratica meditativa molto avanzata, sarebbe possibile sviluppare una forma di presenza persino durante questo stato.
L’esperienza descritta è difficile da tradurre in parole.
Può essere percepita come una sorta di “buio luminoso”: qualcosa che sembra allo stesso tempo oscurità e luce, come una nebbia nella quale non esistono confini netti.
Non è una nebbia minacciosa.
È piuttosto una condizione nella quale vengono meno i normali punti di riferimento.
Non c’è più un corpo chiaramente percepito, non c’è un’identità definita, non c’è una separazione netta tra chi osserva e ciò che viene osservato.
L’immagine dell’oceano può aiutare a comprendere il concetto.
Nella nostra vita quotidiana ci percepiamo come gocce separate. Abbiamo un nome, un corpo, una storia, una personalità e una precisa sensazione di essere “qualcuno”.
In questa esperienza, invece, la goccia riconoscerebbe di essere parte dell’oceano.
Non sarebbe più definita attraverso i suoi confini. L’esperienza di vuoto che viviamo in anestesia, corrisponderebbe quindi a questa fase
La prospettiva tibetana introduce poi un passaggio ancora più interessante.
Se la coscienza non riesce a rimanere nella condizione di unità e di sconfinamento, potrebbe tornare a cercare qualcosa di familiare.
E che cosa c’è di più familiare del nostro senso di identità?
Siamo abituati ad avere un corpo, un punto di vista, dei confini, dei desideri, una storia personale. La mente cerca continuamente riferimenti attraverso i quali orientarsi.
Secondo questa interpretazione, proprio questo bisogno di ritrovare qualcosa di definito potrebbe condurre verso un’altra fase del Bardo: quella del divenire.
Ed è qui che compare un altro parallelo con la notte: i sogni.
Nei sogni possiamo vivere in un corpo che non corrisponde esattamente al nostro corpo fisico.
Possiamo essere più giovani, possiamo camminare anche se nella realtà abbiamo difficoltà motorie, possiamo trovarci improvvisamente in un luogo lontanissimo oppure cambiare ambiente senza attraversare fisicamente lo spazio che li separa.
Nel sogno, infatti, pensare a un luogo può essere sufficiente per ritrovarsi lì.
La tradizione tibetana descrive il corpo del Bardo in maniera sorprendentemente simile: non un corpo fisico come quello della vita quotidiana, ma una forma più sottile, legata alla dimensione del pensiero e dell’esperienza.
È un corpo che non ha necessariamente un’età precisa e che può apparire privo delle limitazioni fisiche abituali.
Da questa prospettiva, l’aldilà non è quindi rappresentato come un luogo semplicemente “fisico”, ma come una dimensione nella quale la coscienza vive esperienze con modalità simili a quelle che conosciamo nel sogno.
Un altro elemento che entra in questa riflessione sono le NDE, le esperienze di pre-morte.
Molte persone che hanno vissuto esperienze di questo tipo raccontano percezioni che, almeno sul piano narrativo, ricordano alcuni degli elementi descritti dalle tradizioni spirituali: sensazioni di separazione dal corpo, percezione di una realtà diversa, luce, amore intenso, assenza delle normali limitazioni fisiche e una particolare percezione dello spazio e del tempo.
Naturalmente, questi racconti non costituiscono automaticamente una prova dell’esistenza dell’aldilà.
Sono esperienze soggettive e possono essere interpretate in modi differenti.
Ma possono essere considerate interessanti testimonianze sul modo in cui la coscienza può essere vissuta in condizioni estreme.
Inoltre, le NDE potrebbero rappresentare soltanto un avvicinamento a una determinata soglia, senza necessariamente descrivere tutto ciò che, secondo le tradizioni spirituali, accadrebbe oltre quella soglia.
Parlare di Bardo, reincarnazione, NDE, sogni lucidi e stati meditativi significa mettere in relazione tradizioni ed esperienze diverse.
L’interesse di questo confronto sta soprattutto nelle domande che riesce a generare.
Che cos’è davvero la coscienza?
Il nostro senso di essere una persona è qualcosa di permanente oppure cambia continuamente?
Quanto della nostra identità dipende dal corpo?
E se ogni notte attraversiamo diversi stati di coscienza, possiamo considerare il sonno una piccola esperienza di trasformazione che ci aiuta a comprendere, almeno metaforicamente, ciò che alcune tradizioni associano al processo della morte?
Sono domande sulle quali invito ad indagare e riflettere.
Una delle possibilità più concrete per esplorare questi interrogativi è rappresentata dai sogni lucidi.
Durante un sogno lucido, la persona diventa consapevole di stare sognando mentre il sogno è ancora in corso.
Questo permette di osservare direttamente quanto il nostro modo di percepire il corpo, lo spazio e l’identità possa cambiare quando non siamo nello stato ordinario di veglia.
È proprio ciò che la tradizione tibetana ha sviluppato attraverso pratiche legate allo yoga del sogno e del sonno.
L’obiettivo non è semplicemente divertirsi a controllare un sogno, ma utilizzare il sogno come occasione per sviluppare consapevolezza.
Il sogno diventa così una sorta di laboratorio nel quale osservare la mente.
Possiamo scoprire che ciò che normalmente consideriamo solido e immutabile — il nostro corpo, l’ambiente, la percezione dello spazio, persino il senso di identità — può trasformarsi radicalmente.
Durante la vita siamo abituati a sentirci individui separati. Abbiamo confini fisici e psicologici ben definiti. Siamo “io”, mentre tutto ciò che ci circonda è “altro”.
La prospettiva tibetana suggerisce invece che la morte possa essere un progressivo scioglimento di questi confini.
Prima il corpo.
Poi, progressivamente, le strutture mentali e gli schemi ai quali siamo abituati.
Infine, la possibilità di riconoscere una dimensione di luce (quella in fondo al tunnel buoio) nella quale non siamo più una goccia separata, ma parte dell’oceano.
Da questo punto di vista, l’idea dell’aldilà come semplice “buio totale” potrebbe essere troppo limitata.
Non necessariamente perché sappiamo che dopo la morte ci sia la luce, ma perché la nostra stessa esperienza della coscienza ci mostra che esistono molti più stati di quanto normalmente immaginiamo.
L’anestesia, il sonno, il sogno, il sogno lucido, la meditazione e le NDE offrono prospettive differenti su questa varietà degli stati di coscienza che includono anche “il buio totale” ma vanno anche oltre.
La domanda, allora, forse non è soltanto “che cosa c’è dopo la morte?”
Potrebbe essere anche:
“Che cosa accade alla coscienza quando cambia stato?”
Ed è una domanda che possiamo iniziare a esplorare già durante la nostra vita.
Ogni volta che ci addormentiamo attraversiamo una soglia. Ogni volta che sogniamo sperimentiamo una realtà nella quale le regole della veglia cambiano. Ogni volta che diventiamo consapevoli di un sogno possiamo osservare direttamente quanto sia fluida la nostra percezione dell’identità.
Forse è proprio questo il messaggio più interessante: la morte, secondo questa visione, non è semplicemente la fine di qualcosa, ma l’attraversamento di una serie di stati di coscienza.
Non abbiamo la certezza di sapere dove conduca questo viaggio, anche perchè è soggettivo. Possiamo però osservare, sperimentare e porci domande.
E forse imparare a essere presenti nei piccoli passaggi quotidiani — dal sonno alla veglia, dalla distrazione alla consapevolezza, dal sogno alla realtà — può già insegnarci qualcosa sul mistero più grande che ci attende.
Perché, se davvero la coscienza attraversa degli stati invece di spegnersi semplicemente come una luce, allora imparare a riconoscere questi passaggi potrebbe essere uno dei modi più profondi per avvicinarsi al mistero della morte.
E, quindi, anche a quello della vita stessa.
anche un “caffè” o una “pizza” possono esser di aiuto
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4 risposte
Invece di rispondere al video, pongo un altro quesito. Cosa sono i sogni premonitori? Da dove vengono e perché?
A differenza dei sogni ordinari, in cui il cervello rielabora i nostri stati d’animo, i ricordi più o meno recenti e gli avvenimenti più significativi della giornata o della vita, perché ad alcune persone capita di sognare cose che devono ancora avvenire e che poi accadono davvero? Se tra i sogni e l’aldilà c’è un legame, può essere quest’ ultimo a collegarsi con la nostra mente (che in questo caso diventa un’ antenna che capta i segnali dall’ universo e da un altra dimensione) e mandare queste “profezie”? Perché pongo questo quesito? Perché alle volte sono io a ricevere questi segnali. Non so quando. Non so come ne perché. Mi succede e basta e ogni volta rimango basita.
ciao Amy, non credo ci sia una sola risposta valida alla tua domanda, ma forse diverse. Quella che dai tu è assolutamente plausibile. Mi ricordi anche il lavoro di un ipnotista Michael Newton che ipnotizzando pazienti sul vissuto “tra le vite” ha fatto emergere che prima che noi nasciamo vediamo scene della vita che sarà che ci aiuteranno anche ad orientarc nella vita ad esempio per fare “certi incontri”. Una cosa che tra le righe sembra emergere in ciò che scrivi e che ti accorgi della differenza tra un sogno ordinario ed uno premonitore. Anche io per quei pochi sogni premonitori che ho fatto in vita mia sapevo che non era un sogno normale e cosa poteva dirmi. Ma a me è successso rarissimamente. Interessante notare che anche i tibetani, esperti di aldilà asseriscono che abbiamo premonizioni della vita che sarà.
Io non ho capito molto. Quindi non esiste la vita oltre la morte ?
Ci dissolviamo e basta e non saremo nemmeno consapevoli ?
Grazie
Ciao Cinzia, ciò che descrivi é un evento, io descrivo un processo. In questo processo succedono molte cose assimilabili a quello che ci succede andando a dormire. Addormentamento, sonno profondo, sogni, risveglio. Per lo più, sempre (o quasi) belle esperienze. Persino quando non abbiamo una identità é bellissimo, come sentirsi oceano anziché goccia. Ma mi ripeto, non so se riesco a dirlo con parole diverse. Prova a rileggere l’articolo quando hai meno fretta